“Il caro armato” (Altraeconomia, 2009) è un interessantissimo volume di Massimo Paolicelli, presidente dell’Associazione Obiettori Nonviolenti, e Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo, che mostra, con precisione e senza faziosità, alcuni dati riguardanti le spese per la Difesa. Dopo la “casta” dei politici e quella dei giornalisti viene messa sotto accusa quella militare: affari strani, sprechi, privilegi intoccabili.
Il convincente gioco di parole del titolo rimanda a dei dati inequivocabili: nel 2010 si spenderanno oltre venti miliardi di euro per spese militati e tutto questo in un periodo di crisi che non stenta a fermarsi. Denaro pubblico che potrebbe essere utilizzato per migliorare le nostre scuole, per investire in edilizia popolare, per risanare la sanità, per aiutare le piccole imprese o le famiglie in difficoltà.
Il nostro Paese si trova all’ottavo posto al mondo per spese militari, come se fossimo in un’area geografica di conflitto; partecipa a più di trenta missioni internazionali, non tutte conosciute e non tutte “chiarissime”; ha in programma di acquistare, in un progetto di dimensioni faraoniche, qualcosa come centotrentuno cacciabombardieri per una spesa totale di tredici miliardi di euro. Ma questi “sistemi d’arma”, che sono sempre più costosi, fanno parte di una lista lunghissima: la portaerei “Cavour”, le fregate “FREMM” (al costo incredibile di cinquemilaseicentoottanta milioni di euro!), il cacciabombardiere “Joint Srike Fighter” (13 miliardi di euro).
Industria bellica e istituzioni committenti creano un vero e proprio “mercato” delle armi, un mercato chiuso, circolare, tutt’altro che libero: sono strettissimi i rapporti tra Forze Armate e produttori (sempre gli stessi), verificabili anche dai frequenti i passaggi di militari a fine carriera dall’una all’altra “parte”. Siamo di fronte ad “Nuovo Modello di Difesa” che si rifà non più tanto ad una questione prettamente militare, geografica, di scontro, ma soprattutto ad interessi economici, quelli di una certa elite occidentale.
Perché se la leva obbligatoria è stata sospesa il nostro esercito professionale conta ancora centonovantamila uomini, di cui i “comandanti” (seicento tra generali e ammiragli, più di duemilacinquecento tra colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali) supera quello dei “comandati”. Perché, rimanendo nella stessa sfera, questi soldi non vengono reinvestiti per la sicurezza quotidiana, quella delle città, quando sappiamo che mancano automobili, benzina e altri beni necessari a forze come la Polizia o i Carabinieri?
La puntigliosità degli autori va anche oltre: è un’analisi a trecentosessanta gradi (anche oltre i confini nazionali) che tocca gli argomenti più disparati. Interessanti il discorso sul destino degli immobili della Difesa, con molte strutture che sono inutili o fuori luogo, e quello sull’uranio impoverito (dimenticato purtroppo dai media) su cui non sono bastate una Commissione Ministeriale e due Commissioni Parlamentari per venirne a capo e per stabilire con certezza un legame tra le patologie e la difficoltà di disporre di dati completi ed attendibili. Come premesso dall’introduzione sono “dati indifendibili”: sarebbe ora di cambiare direzione.
Massimo Paolicelli, giornalista, scrive di pace e obiezione di coscienza. Presidente dell’Associazione Obiettori Nonviolenti, collabora alla campagna Sbilanciamoci e a Rete Italiana per il Disarmo.
Francesco Vignarca è coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo, si occupa di spese militari, produzione e controllo degli armamenti. È autore di “Mercenari Spa” (Bur-Rizzoli).
Autori: Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca
Titolo: Il caro armato
Editore: Altraeconomia
Anno di pubblicazione: 2009
Prezzo: 12 euro
Pagine: 132
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