Monteverde, romanzo a inserti. Storia di un intellettuale di oggi

Matteo Chiavarone

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monteverdeMonteverde (Castelvecchi, 2009), uno dei più bei quartieri di Roma. Gianfranco Franchi ne parla in un libro piacevole e divertente, dove l’autore di districa tra diversi tipi di scrittura, generi e suggestioni.

E Monteverde è il quartiere che ospiterà parte della permanenza romana di Pasolini e che Nanni Moretti immortalò nel suo giro iniziatico a bordo di una Vespa in quel gran film che è Caro Diario. In questo testo, l’autore costruisce una sorta di romanzo a inserti, come se fosse una raccolta di racconti che cercano di congiungersi costantemente tra loro. Protagonista è un neanche troppo nascosto alter ego, una figura ben delineata psicologicamente e caratterialmente negli aspetti più intimi e perché no umani. Guido Orsini è un intellettuale o così almeno si auto-definisce, profondamente inserito nel contesto capitolino, che sia “rionale” o “sportivo” vista la passione per la squadra giallorossa, ma con un sangue che scorre nelle vene con un colore ed un sapore profondamente mitteleuropeo.

Trieste, il Carso, l’Istria e poi Roma sono le radici che si ramificano nella sua esistenza, fino a renderlo “straniero” ovunque vada, un apolide inusuale che trova la sua patria nella sola Letteratura. Dietro a lui c’è l’Italia di questi anni, quella che ha abbandonato i suoi figli migliori, che ci ha reso schiavi delle agenzie interinali, dei contratti a progetto, delle promesse mai realizzate, dei lavori mal o per niente pagati. C’è l’università che si fa “esaminificio”, il progresso che avanza e ci cambia le carte in tavola, toccando persino i sentimenti che ci uniscono l’uni con l’altro.

Ne esce fuori una sorta di romanzo di formazione, un grido contro quel senso di estraneità che ci portiamo dentro per essere parte di una generazione di confine, che ha visto il passato e che non si trova perfettamente pronta per il futuro. Sentimenti, amori, passioni che siano per una donna o per un libro, un film, una rarità discografica che vengono raccontati con un senso forte di rispetto per la propria storia ma anche con una vena malinconica e nostalgica. C’è molta poesia nella scrittura, a volte il ritmo della narrazione è quasi interrotto da un bisogno di rapportarsi con la lingua, con il suono dei fonemi, con lo spazio bianco della lirica.

La casa di Monteverde, quasi un novello nido pascoliano, rappresenta l’ancora di salvezza, un’immaginaria arca di Noè che conduce fuori dalla tempesta della vita il protagonista, i suoi libri, i suoi ricordi (come la morte del nonno improvvisa e simbolica), l’amore per la bellezza, la dedizione prima e la disillusione poi del lavoro, il senso di inadeguatezza. E poi la passione sanguigna per la Roma , quella maniacale per la musica, per i grandi che hanno cambiato la musica rock, dai Pink Floyd, pionieri degli anni settanta, ai gruppi degli anni novanta: Radiohead, Sigur Ros, Depeche Mode. L’odio per i rumori, per chi offende la musica con le suonerie dei cellulari, per i finti musicisti da strada. L’odio per chi offende l’arte, e per chi offende noi che amiamo la scrittura con questa società che non ci appartiene più.

Franchi scrive con leggerezza, ma non è leggero. Anzi, affonda colpi che fanno male alla nostra coscienza, nel racconto della sua vita mette alla mercé del lettore il senso di frustrazione di molti ragazzi che come lui hanno seguito il sogno della letteratura, di un mondo utopisticamente meritocratico, di un bisogno di osservare dallo spioncino il film di una vita migliore. Ne esce fuori anche un affresco degli anni ottanta e novanta, quasi a riabilitarne gli aspetti migliori o a sottolineare i cambiamenti che nell’ultimo decennio hanno terribilmente modificato la nostra quotidianità.

Il dialogo surreale al Cimitero acattolico di Testaccio ci riporta poi ad una dimensione onirica, l’incontro inverosimile e la chiacchierata che ne segue ci fa attendere con lui quella canzone dei Radiohead che non arriverà mai. Così come quello tra Guido e Ilaria, con quest’ultima, quanto mai fredda e cinica, a penetrare nella spessa aria della solitudine, nell’alienazione del protagonista, creando un taglio netto tra vojeurismo e bisogno di vivere in prima persona. Una letteratura magica che rende ancora più fertile di rancore le dure realtà che lo scrittore (e la società di oggi) ci propongono.

Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), letterato romano di sangue triestino, istriano e austriaco, ha pubblicato in narrativa Disorder e Pagano (Il Foglio 2006, 2007), in saggistica Lettere alle tre amiche di Scipio Slataper (Alet, 2007) e in poesia L’inadempienza (Il Foglio 2008). Fondatore e coordinatore del sito letterario lankelot.eu, è consulente editoriale. Collabora con diverse testate cartacee e on line. Vive a Roma, a Monteverde Vecchio.

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