L’Italia in seconda classe. Viaggio di Rumiz e Paolini

Stefano Giovinazzo

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litaliainsecondaclasse Paolo Rumiz in “L’Italia in seconda classe” (Feltrinelli, 2009), ci porta alla scoperta della Penisola sui binari meno conosciuti, linee bizzarre, scandalose, eroiche. Un viaggio di 7.480 km dalla Sardegna al Nordest.


Il treno, non l’aereo, ha fatto l’Italia
. Un’inchiesta semiseria sulle condizioni della ferrovia in Italia. Un viaggio avvincente sui treni del Belpaese, dalla Sardegna fino al Friuli, scandito dal sound tipico della ferrovia. Quel che ci raccontano il giornalista de “la Repubblica” Paolo Rumiz e il misterioso 740, in seguito identificato da un passeggero come Marco Paolini, e il disegnatore Francesco Altan, sono tappe di un viaggio folle ma sincero. Un’attraversata a cui il cronista triestino ci aveva già abituato, anche se in un altro contesto, nel 2002 in “Tre uomini in bicicletta” edito sempre per Feltrinelli. Un’avventura che ha inizio dalla Sardegna, per fare “l’Italia in seconda classe, per linee dimenticate“.  “Questo – si legge nella prefazione – è un viaggio hard, fatto di scambi, pulegge, turbo-compressori e carbone“.

Clandestini nella rete
. Il viaggio deve iniziare, dal capolavoro italiano Arbatax – Cagliari si scende nel grande Sud: destinazione Aragona. Un meridione dominato dalla paura, quella che lascia le stazione vuoti, le fa diventare oasi di pace, di ordine e silenzio rispetto al caos esterno. Perchè qui, nel grande Sud, prendere il treno è da emigranti, non è per tutti, vieni snobbato. Il tutto in stazioni siciliane che sono  un “perfetto <<così è se vi pare>> pirandelliano“. Si scrive tanto, i finestrini profonda ispirazione, tante le storie da raccontare, molte le persone che hanno qualcosa da dire. Di fatto “a metà giornata il taccuino è già pieno. Dio quant’è lunga l’Italia. Più della Siberia“.

Si sale, tra stazioni fantasma e attese. La Sicilia “ti frega” con la sua bellezza e allora le solite lentezze del sud sono accantonate per un attimo, le stazioni vuote sono colmate dalle visioni di dolci panorami. A questo punto l’ammirazione lascia spazio al pensiero profondo. Secondo alcuni sono una visione laterale della vita; non fai in tempo a vederla ed è gia passata. E Marco Paolini, ancora celato sotto le vesti del misterioso 740, aggiunge che “se sbagli lato, sei fregato“.

Sicilia – Calabria, il treno delle donne
. E’ nel tratto Catania – Soveria Mannelli che si discute del ponte sullo Stretto. Rumiz, e Paolini, puntano sul fatto che il grande ostacolo alla realizzazione dell’opera sta nel commercio e nel lavoro che tutte le ditte locali di traghetti possiedono. Lo vivono sulla loro pelle per giungere in Calabria, sostando in una Messina “popolo di caciarone di cassieri, bigliettai e trafficanti aggressivi“. Per poi ammirare quel “mare cobalto visto dal treno, feroce e senza ripari“. La stazione disabitate di Locri, “una pubblica discarica che nessuno spazza”, Rumiz e Paolini si accorgono che “per capire l’Italia basta un finestrino“. Ma su tutti esiste la femmina: il treno delle donne che attraversa il territorio calabrese, in una corsa verso le montagne con un treno che “profuma di femmina“.

L’Italia del disfacimento. Italia anno 2009: la condizione dei treni. Potremmo definire così la questione pratica del libro di Rumiz, in un paese dalle straordinarie capacità, espresse in banali e squallidi ritardi di qualunque sorta. Per intercettare il primo segnale, sembra bizzarro, ma bisogna arrivare a Napoli (il più straordinario labirinto d’Italia con 1.250 km di linee). Qui iniziano le sorprese della Campania con la carta “Unico”, passe-partout regionale. Eppure Napoli da nuova linfe al “folle” viaggio di Paolo Rumiz e Marco Paolini, gli alieni del Nordest. I chilometri non si contano più, “abbiamo addosso l’odore del treno. Napoli ci possiede“.

Un’Italia minore che scompare. Il treno sale, mangia chilometri e giunge a Roccasecca dove “il mondo finisce” in una valle che segna il “paese del silenzio”. Si accusa la distanza e i due si sentono “stranieri in patria. O forse è il treno che ci ha fatto uscire dal tempo“. La storia dei trasporti su ferro in Italia parla di un 1890 in cui il grosso della rete era ultimato, sfidando la geografia avversa per un paeso così ricco di montagne. Il boom economico, l’investimento nella gomma e la dismissione delle linee hanno portato a rosicchiare sempre di più km alle ferrovie. E a fermarsi, inesorabilmente.

Fine corsa. Si arriva a Gorizia, nel Nordest è la fine di tutto : 76 biglietti, 58 treni, 210 ore di viaggio. “Vedo anche me stesso sul mulo che va, impietosa allegoria  di questa Italia fatta di pubblica povertà e privata ricchezza“. Ma in fondo “l’Italia è anche questo. Gente simpatica e bambini grassi che viaggiano senza sapere dove sono, a bordo diun treno caciarone, dove la musica è scritta da altri. Ma che posso farci – afferma Rumizthis land is my land. Nel bene e nel male, è la mia patria.”

Paolo Rumiz, nato a Trieste, inviato speciale del “Piccolo” di Trieste ed editorialista de “la Repubblica”, esperto del tema delle Heimat e delle identità in Italia e in Europa, dal 1986 segue gli eventi dell’area balcanico-danubiana. Ha vinto il premio Hemingway nel 1993 per i suoi servizi dalla Bosnia e il premio Max David nel 1994 come migliore inviato italiano dell’anno. Ha pubblicato, tra l’altro, Danubio. Storie di una nuova Europa (1990), Vento di terra (1994), Maschere per un massacro (1996), La linea dei mirtilli (1993; 1997), Gerusalemme (2005).

Voto 7,5
Titolo: L’Italia in seconda classe
Autore: Paolo Rumiz
Editore: Feltrinelli
Anno di pubblicazione: 2009
Prezzo: 12 euro
Pagine: 141

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Stefano Giovinazzo

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