I miracoli della vita: l’autobiografia segreta di Ballard

Luca Giudici

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imiracolidellavitaIl 19 aprile scorso è morto James Graham Ballard, uno dei più lucidi scrittori del nostro tempo. Considerato dapprima come autore di genere, fu poi ammesso nell’olimpo della letteratura alta dopo “L’impero del sole“, romanzo autobiografico incentrato sulla sua infanzia a Shangai, nei campi di concentramento giapponesi durante la seconda guerra mondiale. “I miracoli della vita” (Feltrinelli, 2009) è il suo ultimo libro che si conclude con l’annuncio della sua malattia. INTERVISTE/Antonio Caronia ricorda Ballard

Non si tratta di un romanzo, bensì di un’autobiografia
. La prima parte del testo, difatti, riprende temi che già sono conosciuti dal lettore proprio nel romanzo sopracitato. L’opera si divide in due parti uguali, anche come dimensione. Nella prima riprende completamente gli anni vissuti in Cina, dal 1930 al 1945, mentre la seconda racconta la vita passata in Inghilterra, fino alla scoperta della malattia. In questa sezione avviene la prematura morte della moglie, e Ballard ci racconta degli sforzi compiuti per crescere i figli da solo, continuare la sua opera, e – cosa non secondaria – liberarsi dalla dipendenza dell’alcool.

L’opera di Ballard è interamente centrata sul racconto e sul romanzo, tranne i due testi in questione che, in modi diversi, diventano autobiografici. La relazione con il sé è elemento cardine dell’opera ballardiana, e la biografia è la cifra di questa ricerca. Ciò che Ballard chiama “the inner world”, lo spazio interiore, è il nostro sistema neurale, dove agiscono i personaggi del media landscape, del paesaggio delle comunicazioni, il nuovo ambiente umano per eccellenza.

Il sistema nervoso dei suoi personaggi è stato quindi esteriorizzato, è diventato tecnologicamente manipolabile attraverso i media. Ballard ha cercato di analizzare cosa succede nel punto d’incontro tra il sistema dei media e il nostro sistema nervoso. Questa immagine lacerante, del sistema nervoso decorporeizzato, eroso, estratto dalla carne che lo giustifica, è il filo conduttore principale dell’opera ballardiana. Il corpo, e la necessità di adattarsi ad un nuovo immaginario, prima ancora che alle nuove tecnologie, non è quindi da intendere come un tema omogeneo ad altri nell’opera di Ballard, ma come il tema per eccellenza, il cardine interpretativo intorno a cui ruota tutta la sua opera, fin dagli anni sessanta.

Le questioni cruciali sono perciò relative al rapporto sempre più articolato tra la biochimica e la genetica, da un lato, e la filosofia, la sociologia e la psicoanalisi, dall’altro.

Come reagiscono tra loro un corpo fisico – quindi legato a una memoria genetica – e una ragione moderna e illuministica, nel momento in cui le necessità dettate da un ambiente ostile sono radicalizzate? L’umanità, rifuggendo la realtà ostile, scopre una nuova via evolutiva, verso un altro mondo, lo spazio interno, the inner world. Se il processo descritto è per Ballard inevitabile, nel senso che è genetico, mai come qui è diventato destino. La natura ha seguito il suo cammino, e i suoi personaggi hanno scoperto dei richiami irresistibili. La coscienza, trasformata in percezione, giunge ad assimilarsi al destino, come una necessità inscritta nella carne. Nei romanzi più tardi, di cui “Crash” (Feltrinelli, 2004) ne è l’esempio più riuscito, il medesimo rapporto tra corpo e ragione trascende in un rapporto estetico, dove il corpo – esattamente come nel Cyberpunk – diventa solo simulacro di natura.

La materialità, il nostro appartenere al mondo fisico viene percepito come un rimando lontano, un simbolo. Siamo quindi oltre le categorie classiche del pensiero, non vi è più ontologia ne gnoseologia, e nemmeno un etica, questo mondo è definitivamente livellato sull’incubo. Non vi è più, di fatto, alcuna realtà a cui appoggiarsi, in cui trovare sostegno all’interpretazione, ma solo fantasmi, simulacri il cui macello non comporta né peccato né pena.

Questa lunga introduzione critica era indispensabile perché Miracle of life, conclusiva autobiografia di Ballard, pur occupandosi apparentemente di questioni più personali ed aneddotiche, in realtà continua la sua opera di decostruzione simbolica del reale, attraverso la grande metafora della malattia. Ballard descrive, nella parte conclusiva del libro, la scoperta della malattia che lo ha portato alla morte. La malattia diventa quindi la lente attraverso cui reinterpretare il percorso di una vita, ovvero il raccontodi una vita. Un cammino nel proprio spazio interiore, dove scopre che la sua stessa carne si è ribellata, impazzita.

Ballard si sofferma a lungo sulla sua giovinezza ed il periodo vissuto in Cina, per tutta la prima metà del testo, ma i richiami sono costanti anche nel seguito. Eppure in nessun punto raggiunge la profondità trovata nell’opera narrativa. Sembra che la distanza abbia reso difficile la discesa, o forse in realtà adesso ciò che conta è la superficie, quell’orizzonte mediatico che ha invaso il nostro sistema neuro-comunicativo. Verso la conclusione del libro Ballard torna a Shangai, per liberarsi anche del fantasma della sua detenzione di bambino, e – a quanto racconta – ci riesce, torna in Inghilterra ‘più leggero’, con un fantasma in meno. Parla di se come di un nonno e un padre felice, circondato da amici sinceri. Forse davvero la superficie racchiude in se il senso della profondità, ed il cerchio tra il media landscape e the inner world si chiude nella biografia, cifra dell’individuo e della sua storia.

James Graham Ballard, nato nel 1930 a Shanghai, è considerato uno dei più interessanti e originali scrittori inglesi contemporanei. Innovatore della letteratura fantascientifica, si concentra sugli effetti che la modernità produce su psiche e società. Ha scritto il suo primo romanzo, Il mondo sommerso, nel 1961. Da Crash, pubblicato nel 1973, David Cronenberg ha tratto l’omonimo film. L’Impero del Sole, apparso nel 1984, sull’esperienza autobiografica in un campo di prigionia, è stato portato sullo schermo da Steven Spielberg. Feltrinelli ha pubblicato Super-Cannes (2000), La mostra delle atrocità (2001), Il condominio (2003), Millennium People (2004), Crash (2004), Il mondo sommerso (2005), Foresta di cristallo (2005), L’Impero del Sole (2006), Regno a venire (2006), L’isola di cemento (2007), Un gioco da bambini (2007), Cocaine Nights (2008), Il paradiso del diavolo (2008), I miracoli della vita (2009). E’ morto nell’aprile del 2009.

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Luca Giudici

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