“Elogio del caffè al bar” (Tullio Pironti, 2009) di José Vicente Quirante Rivas è un libretto divertente e ben scritto. Un omaggio sentito ai riti che ogni giorno si susseguono intorno alla tazzina dell’unico e vero “oro nero”.
Neanche un vero napoletano avrebbe potuto scrivere un saggio del genere, perché i riti quando fanno parte della propria storia, quando sono legati da una tradizione innata, non sono né spiegabili né traducibili.
Ma lo scrittore, che napoletano lo è solo di adozione, osserva e vive a suo modo la quotidianità di questi “gesti minimi”, sente il valore profondo e quasi mistico che gli italiani e soprattutto il popolo partenopeo attribuiscono a questi cinque minuti in cui si cerca ogni giorno un interstizio di paradiso attraverso il veloce movimento del braccio che prende la tazzina e la porta alla bocca.
Sono gettati qua e la pensieri più o meno profondi, velocissimi, immediati. Lo sfondo è quella splendida e complessa città che è Napoli, con le sue contraddizioni e le sue leggende, con la sua caotica capacità di stare al mondo. Con i suoi bar, templi moderni e particolarissimi: il “Mexico” di via Scarlatti o il “Café do Brasil” di via Luca Giordano.
Dalle pagine di questo libretto fuoriescono aromi e sapori, tutto si disperde in una area rarefatta. Tutto si fa più bello e più magico. Anche l’umana miseria quotidiana.
José Vicente Quirante Rives (Cox, Alicante, Spagna, 1971) laureato in filosofia e avvocato, ha fondato in Spagna la casa editrice Partenope, che ha pubblicato i maggiori romanzieri napoletani contemporanei (Domenico Rea, Enzo Striano, Raffaele La Capria, Giuseppe Montesano). Dal 2005 è direttore dell’Instituto Cervantes di Napoli, città che considera la sua patria d´adozione.
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