Un’Italia di giovani e belli. Intervista a Concetto Vecchio

Stefano Giovinazzo

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giovaniebelliGiovani e belli” (Chiarelettere, 2009), è il nuovo libro di Concetto Vecchio, giornalista de “La Repubblica”. Un testo che indaga sulle sorti dei trentenni di oggi: quelli “intelligenti” che se ne vanno e quelli “belli” che entrano in politica.

Giovani, belli e hanno 30 anni. Chi sono i personaggi del suo libro?

“Volevo mettere a confronto due Italie. Quella dei talenti in fuga, degli avvocati sfruttati, di chi lavora nel giornalismo per quattro soldi, il Sud dei concorsi e dell’emarginazione, con quella del potere berlusconiano dei Giovani e belli.”

Italia, un paese sfiduciato. Quali motivazioni l’hanno spinta a viaggiare un anno per il Belpaese in cerca di testimonianze? Solo mestiere o un reale interesse?
“Il libro è nato dall’osservazione della realtà, dal fatto di avere molti amici che erano tornati a vivere con i propri genitori dopo delusioni professionali o private, e dalle continue lamentele che sentivo. M’interessava capire cos’era successo nel nostro Paese negli ultimi vent’anni, andare a fondo alla questione giovanile, indagare sulle ragioni del mancato ricambio generazionale. Per farlo occorreva armarsi di buone scarpe e nessun pregiudizio, cercando di andare al di là delle solite lamentele sul precariato o sui cervelli in fuga. L’ambizione è stata quella di investigare un po’ più a fondo sulle ragioni di questo disastro, con prospettive più originali. Per cui ho deciso di seguire 40 giovani per un anno intero.”

Berlusconi e la politica delle veline. Cosa ha portato Berlusconi in politica rispetto alla sinistra o dove ci sta portando il premier?
“Berlusconi seleziona la nuova dirigenza essenzialmente secondo criteri estetici, avvenenza, telegenia e un buon curriculum. Insiste molto che devono essere laureate. Ma soprattutto bisogna essere belli, perché, dice, “mica possiamo candidare le Rosy Bindi”. Questa velinizzazione ha raggiunto il suo acume durante la compilazione delle liste per le Europee, prima che la moglie lo stoppasse parlando di “ciarpame”. Il casting applicato alla politica credo sia un fatto unico nelle democrazie occidentali ed è l’estrema conseguenza della forte personalizzazione della politica vissuta dal Paese dopo la discesa in campo del Cavaliere.”

Italiani che se ne vanno. Il libro è costellato di storie di giovani sotto i trent’anni che hanno lasciato il nostro paese. Hanno fatto veramente bene?
“L’emigrazione intellettuale, la mobilità, in sé, non è un male, anzi. E’ un  fatto positivo, di crescita. A patto però che si possa tornare, più ricchi, più forti. Invece chi emigra, dal Sud al Nord, dall’Italia all’estero, in genere non torna perché le condizioni di lavoro e di retribuzione sono peggiori. Al Sud questa situazione è acutissima. Chi non ha network fdi amigliari forti, chi non dispone di agganci politici ed è costretto a cavarsela da solo in genere emigra. Dal Sud si emigra come negli anni Sessanta, provocando un impoverimento della società scoraggiante.”

Ad un ragazzo che oggi si accinge al voto cosa direbbe?
“Di studiare e leggere molto, riflettendo su cos’è diventata oggi la società italiana.”

Che comunicazione politica c’è oggi in Italia? I new media cosa hanno portato?
“La politica oggi si fa in televisione. Eì lì che si decidono le sorti di un partito. Ma se uno vuol capire come stanno veramente le cose deve ancora leggere i giornali. Se “Repubblica” non avesse fatto lo scoop sulla festa di Noemi nessuno lo avrebbe mai saputo. I new media hanno costretto i quotidiani a migliorarsi, a confrontarsi con più umiltà con i cittadini, ad ascoltare di più la gente, ma alla fine le notizie vere, quelle che vanno cercate con mestiere, uno non  le legge sui blog,  le legge ancora sui giornali.”

Essere giovani al sud: non resta che scappare? Il futuro del meridione è ancora in divenire?
“Il Sud oggi è messo peggio che in passato. E’ uno scrigno di cultura e intelligenze, ma è lì fermo, da secoli: bisognerebbe smetterla di dare la colpa alla storia e prendere in mano il proprio futuro. Non ci sono alternative.”

Concetto Vecchio, 38 anni, è giornalista alla redazione politica de “La Repubblica”. Vive a Roma. E’ autore di “Vietato obbedire” (Bur Rizzoli 2005) sul ’68 alla Facoltà di Sociologia di Trento e “Ali di piombo” (Bur Rizzoli 2007) sul movimento del 1977 e il delitto Casalegno. Ha vinto i premi Capalbio e Pannunzio.

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Stefano Giovinazzo

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