Pavana e il mulino di Guccini: radici e futuro

Matteo Chiavarone

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librogucciniScusi è questo il mulino di Guccini?” (L’Arcobaleno Editore, 2008) è un libro corale che traccia la storia di un edificio diventato simbolo e meta di turismo culturale. Tra passato e futuro i due autori, Silvano Bonaiuti e Maria Rosa Prandi, disegnano la linea invisibile della memoria. Un testo sui generis che trova le sue radici non tanto in un nuovo apparato biografico sul cantautore bolognese ma nella ricerca etnografica e antropologica della piccola casa editrice di Porretta Terme.

L’Arcobaleno Editore
appunto, che agisce su pubblicazioni atte a mettere in risalto alcune realtà locali altrimenti invisibili ai più e sul meticoloso lavoro degli autori, Silvano Bonaiuti e Maria Rosa Prandi, cimentatisi per la prima volta in un progetto del genere.

In questo volume viene dato rilievo ad un edificio di valore non solo architettonico ma culturale; un edificio che divora in sé anni e anni di storia al tempo stesso familiare e collettiva, almeno per quanto riguarda quella fascia di terra in cui l’Appennino si siede comodo “tra la Toscana e l’Emilia“. Un edificio simbolo di una comunità per la sua valenza”utilitaristica” ai fini della vita quotidiana ma che è diventata negli anni meta di turismo culturale, se così possiamo definirlo, perché di proprietà di una famiglia certamente non comune. Quella di Guccini, appunto. Il libro gioca su questa linea, quella che unisce il poeta pavanese con gli autori del testo, suoi cugini e attuali proprietari del mulino.

Anche alla Fiera Internazionale del Libro di Torino si è presentato il volume di fronte a centinaia e centinaia di persone accorse nella consueta “sala gialla”, quella dei grandi eventi, spinte dalla presenza del cantautore bolognese. Si è fatto un amarcord attraverso le parole degli autori, dell’editore, di Gualtiero Palmieri e Raffaella Zuccai, attuale compagna del “Maestrone” e ottima relatrice. Sono state fatte vedere delle diapositive e ha fatto effetto perdersi tra le immagini di questo edificio che eravamo abituati a conoscere e ad amare attraverso le canzoni e i libri di Guccini.

Sì, perché il mulino di Pavana è quello descritto in quella bellissima opera dal sapore gaddiano che è Croniche Epifaniche; è quello di Radici, la casa “sul confine della sera oscura e silenziosa“, la casa “come un punto di memoria“, quella dei “riti antichi” dei “miti del passato“. È la casa da cui Amerigo “probabilmente uscì, chiudendo dietro a sé la porta verde” per lasciare il paese ed emigrare in una America “nemica”, lontanissima anni luce dai castagneti dell’Appennino, dal “suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra“. Certo, ora è diverso: spunta una parabola, cambiano di colore le porte, l’arredamento è moderno e funzionale.

Cambiano i protagonisti che abitano il mulino: Silvano e Maria Rosa, i loro figli – Silvia, Alice ed Elisa – , amici vecchi e nuovi. Ma non il segno, indelebile, che quell’edificio lascia nel proprio spazio. Come la casa natale di Pavese nelle langhe, la via del Campo di De André, la villa di Malaparte, i luoghi d’infanzia di Pasolini a Casarsa della Delizia. Tutto “riprende” e “rimane” in vita, il passato da storia si fa cronaca e il presente diventa prospettiva per il futuro. C’è anche una poesia inedita di Guccini, inserita all’interno del volume; è una chicca che ci riconduce ancora una volta alla sua figura. Ma stavolta il protagonista non è lui, lo sa bene, e si fa da parte per lasciare lo spazio dovuto al tempo.

Quello che inesorabile scorre e lascia dietro di sè una scia luminosissima. Quella della nostra esistenza.

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