Italia, il mercato della pay tv. Dialogo con Tullio Camiglieri

Stefano Giovinazzo

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pay_tvUn business. E’ il risultato della tv a pagamento: Stream, Tele+ fino a Sky e Mediaset Premium. Dall’intervista a Tullio Camiglieri su “La grande avventura della pay tv” (Mursia, 2008) si capisce perchè 20 milioni di italiani hanno accettato tutto questo.

La pay tv italiana, una storia “tormentata”. Come nasce questo suo libro su un argomento così discusso?
“La storia della pay tv italiana è, prima di tutto, la storia di un successo, nonostante tutti la considerassero una partita persa, una partita che non valesse la pena di giocare. Questo perché, quando è nata Sky, l’obiezione che normalmente veniva fatta era “perché gli italiani dovrebbero pagare per vedere la tv visto che hanno a disposizione un’offerta televisiva già così ampia?”. In realtà, poi, i fatti hanno dimostrato che così non era, hanno dimostrato che di fronte a prodotti di qualità, esclusivi e offerti con tecnologie avanzate (penso all’alta definizione, ai 16:9, all’uso del suono), anche gli italiani hanno dato prova del fatto di essere disposti a pagare un abbonamento. Inoltre, proprio in quegli anni, c’è stato anche un importante calo, a livello qualitativo, del livello della televisione generalista che ha cominciato ad uniformarsi verso il basso. Questo ha sicuramente aiutato la pay tv a trovare favore e accoglienza da parte del pubblico.
Si tratta di una storia tormentata anche perché Sky è nata sulle ceneri di due aziende, Stream e Tele +, che si trovavano sull’orlo del fallimento; un fallimento causato in primo luogo dal grave problema rappresentato dalla pirateria, dal fatto cioè che trovare una carta pirata fosse diventato quasi più semplice che andarne a comprare una originale. Quindi, sulle ceneri di queste due aziende nasce Sky e si pone come primo obiettivo quello di cambiare i decoder nelle case degli italiani e di passare ad una tecnologia sicura. Questo rappresenta il vero momento di partenza della televisione a pagamento: essere riusciti a mettere sul mercato una tecnologia sicura, certificata, in grado di non essere esposta alla pirateria ha permesso che questo business potesse decollare ed affermarsi”.

Veniamo al dunque. Perchè gli italiani hanno accettato di pagare per guardare (le partite) la tv?

“In parte l’abbiamo già detto. Inoltre la pay tv, che per affermarsi deve, prima di tutto, avere prodotti premium e in esclusiva, rispondeva a questi requisiti. Sulla base di questo si è riusciti a costruire palinsesti e offerte mirate, specifiche, che sicuramente la tv generalista non era in grado di dare e che rispondevano alle esigenze e ai desideri del pubblico”.

Un grande business. Chi ha mosso i fili di questo impero e quanti abusi in termini di deregolamentazione sono stati commessi?
“Cominciamo col dire una cosa fondamentale: la nascita di Sky viene autorizzata da una sentenza dell’Antitrust che le permette, diciamo così, di costruire un monopolio della pay tv in Italia. Questa autorizzazione probabilmente era inevitabile, perché, come dicevamo, Stream e Tele + si trovavano in una situazione di “collasso”.
Subito dopo è stata autorizzata anche l’installazione del decoder proprietario: un passaggio critico dal punto di vista della regolamentazione, perché poi ci si è trovati di fronte ad una grande azienda, con un decoder suo, di proprietà, all’interno del quale poteva organizzare come meglio credeva l’offerta dei canali sia suoi, sia di altre aziende.
E’ quindi verosimile, oggi, porsi il problema che le televisioni che non sono direttamente riconducibili a Sky possano pensare a organizzare una propria offerta satellitare che esca “dal chiuso” del decoder di Sky dove, onestamente, alcuni limiti sono spesso venuti alla luce. Penso per esempio al fatto che il programma di Fiorello su Sky Uno sia riuscito ad arrivare all’interno della guida programmi che, per definizione, dovrebbe essere uno spazio in cui chiunque può andare e decidere di vedere un canale generalista, un canale straniero, un canale in chiaro, non necessariamente un canale Sky”.

Il 1989 e la nascita di realtà in successione come Stream e Tele +. Com’era lo scenario allora se confrontato con il potere attuale di Sky?
“Lo scenario era quello che abbiamo descritto: due pay tv fortemente in competizione, minate entrambe dal problema della pirateria: una competizione naturalmente, e purtroppo, falsata da questo grave problema che impediva al business delle pay tv di crescere in un mercato legale”.

Il digitale terrestre ha portato concorrenza nei confronti del colosso di Murdoch?
“Sì, direi che la prima vera concorrenza a Sky è arrivata, in particolare con Mediaset Premium che comincia a rappresentare un’alternativa vera e propria Per la prima volta si sta organizzando un’offerta alternativa: in termini di qualità, perché comincia a mettere in programma film importanti che Sky non ha(penso a film della Warner, della Universal, a Harry Potter per esempio, che non si vedrà mai su Sky). Un’alternativa anche in termini di rapporto qualità/prezzo, perché si tratta di canali importanti, con un’offerta di livello ad un prezzo molto più basso rispetto a Sky. Quindi gli elementi fondamentali che costituiscono l’offerta a pagamento, il cinema, il calcio, i programmi per ragazzi in primo luogo, ci sono tutti e a livelli sicuramente interessanti. Una competizione vera”.

L’asso nella manica del digitale, il porno. Ci spiega il trend di questi canali?
“Non sono d’accordo sul fatto che il porno sia l’asso nella manica del digitale. Forse lo è stato all’inizio, ma oggi il porno è gratis su Internet, ce n’è moltissimo sia sul satellite, sia sul digitale terrestre, rappresenta per Sky una parte importante del fatturato, c’è l’esperienza di Glamour Plus sul digitale terrestre e tanti altri esempi. Si tratta ormai di un’offerta talmente diffusa su tutte le piattaforme che non credo possa rappresentare di per sé un asso nella manica”.

Una riflessione. Dove sta andando l’Italia del digitale?
“Sta andando sicuramente verso un cambiamento storico, quello del passaggio al digitale terrestre per tutti. Tuta l’offerta televisiva in chiaro passerà al digitale terrestre, si tratta di una scelta fatta da tutti i Paesi europei e, sinteticamente, si tratta di un passaggio che significa più canali, più qualità video, più qualità di emissione, più pluralismo, cioè un’offerta molto più ampia e diversificata. Da oggi in poi l’attenzione si sposterà sempre di più dal lato delle tecnologie a quello dei contenuti. Avremo nei prossimi anni più canali e più offerta, ora dovremo pensare a inserire programmi adeguati e di alto livello in tutti questi nuovi canali”.

Tullio Camiglieri
è giornalista professionista, insegna Marketing televisivo all’Università La Sapienza di Roma. È stato direttore della Comunicazione e delle Relazioni Esterne di Sky e vicepresidente della FRT (Federazione Radio Televisioni). In Mediaset fino al 2000, dove ha creato e diretto Prima Pagina (il primo tg del mattino su Canale 5), è stato caporedattore del Tg5, responsabile della redazione romana di Studio Aperto e vicedirettore di Verissimo. Tra i fondatori dell’emittente radiofonica Radio Città Futura e del mensile «Gente Viaggi», ha collaborato con il quotidiano «Il Manifesto», ha lavorato come autore a programmi di intrattenimento televisivo e ha realizzato inchieste e servizi giornalistici per la Rai.

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