Dolce stil web, capire la rete. Intervista a Pino Bruno

Stefano Giovinazzo

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dolcestilwebll Web è il Nuovo Mondo di oggi, virtuale sì ma non più di tanto. Pino Bruno, da sempre attento al mondo delll’Informatica, in “Dolce stil web” (Sperling & Kupfer, 2009) ci porta alla scoperta della rete dove, da oltre dieci anni, le persone si incontrano e dialogano in uno slang che si è diffuso rapidamente tra gli internauti. L’autore, in questo suo ultimo testo, racconta anche la poesia che si nasconde dietro al Dolce Stil Web. WEB/Il sito dell’autore

Partiamo dal titolo. Come è nata l’idea di prendere in prestito il Dolce Stil novo e adattarlo al web?
“Una piccola provocazione, goliardica, direi. Anche deformazione professionale. I titoli sono molto importanti, nel mio mestiere. Quando ho cominciato a mettere mani al mio libricino, mi sono accorto che le parole adottate nel mondo digitale stavano diventando linguaggio, anche fuori dall’ambito degli addetti ai lavori. Nel tredicesimo secolo gli stilnovisti amavano raccontarsi come “un pubblico nuovo di produttori ed utenti della poesia“. Lo so, il paragone è azzardato, ma non c’è un pò di poesia anche nel Dolce Stil Web”?

Il web e i linguaggi. Che valore hanno le parole al tempo di Internet?
“Un valore enorme, perchè conoscerle o non conoscerle, comprenderne significato, etimologia, eccetera, fa la differenza. C’è un nuovo divario sociale e culturale. Direi persino di alfabetizzazione. Negli anni sessanta la televisione –  allora in bianco e nero, unico canale – avvio una massiccia campagna di alfabetizzazione. Il maestro Alberto Manzi, con il suo “Non è mai troppo tardi”, fece prendere la licenza elementare a mezzo milione di italiani che non sapevano leggere e scrivere ed erano “esclusi”. Oggi gli “esclusi” sono quelli che non hanno accesso alle reti, non usano le mail…gli analfabeti digitali, appunto”.

Intetnet e una nuova “strana lingua”. Che idea le viene in mente pensando ai neologismi creati dalla e per la  rete?
“Ne prendo atto. Anche l’inglese parlato oggi in Gran Bretagna non è più il Queen’s English, bensì il Broken English. Quando andavi a Londra negli anni settanta-ottanta facevano finta di non capire se non ti esprimevi correttamente. Adesso puoi dire io ho andato, io ho venuto, parlare in inglese maccheronico, e la gente ti ascolta. E’ un bene o un male? Non spetta a me eprimere giudizi. Dico soltanto che il linguaggio digitale è ancora incrostato di tecnicismi, ma si affinerà nel corso degli anni”.

Qual è il pubblico ideale del suo libro?
“Tutti, davvero tutti, dai ragazzi ai nonni. Ho cercato di scrivere per far caprire a tutti e – si sa – scrivere semplice è molto più difficile che scrivere difficile. Non è un libro per addetti ai lavori, anche se molti amici informatici lo stanno apprezzando…”

Il suo libro si fa leggere pur affrontando questioni decisamente importanti. E’ il caso del capitolo su Carosello. Si stava meglio a quei tempi?
“Si, ho cercato di metterci dentro storie di vita, riflessioni. C’è dentro tutta la mia esperienza umana e professionale. Per la mia generazione Carosello era lo spartiacque. Si andava a letto dopo Carosello. Era la conclusione della giornata. Meglio? Peggio? Chissà. Eravamo tutti più semplici. Leggevamo libri e fumetti, giocavamo a pallone per strada. Scuola e oratorio erano gli unici centri di aggregazione, i nostri social network. Non ho particolari rimpianti. Anzi, uno ce l’ho. La televisione svolgeva una funzione sociale, proponeva modelli migliori. Si, c’erano le gambe delle gemelle Kessler che ci facevano impazzire, ed era tutt’altra cosa rispetto alle decerebrate che oggi vanno in giro per teleschermi”.

Secondo lei siamo in una fase soft o hard del tempo di Internet?
“L’hardware sta passando in secondo piano. E’ sempre importante, ma le vere killer application sono i contenuti, dunque il software”.

Pino Bruno è giornalista e divulgatore scientifico. Ha scritto numerosi libri per Mondadori Informatica.

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Stefano Giovinazzo

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