GRA, il lungomare di Roma. Intervista a Mario De Quarto

Stefano Giovinazzo

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graGrande Raccordo Anulare” (Avagliano editore, 2008) di Mario De Quarto è un libro colmo di notizie e di atmosfere. Nell’edizione aggiornata l’autore descrive nuovi spaccati di vita legati alle nuove uscite. E ci parla del suo rapporto col GRA.

Grande Raccordo Anulare. Come nasce l’idea di un libro su una grande viaria del nostro paese?
“A dire il vero all’inizio giravo per le periferie di Roma, nel tempo libero, senza un obiettivo preciso, per pura curiosità di conoscere zone che non conoscevo. Non avevo un riferimento unico. Poi mi sono accorto che quei vagabondaggi mi stimolavano una gran quantità di scoperte, ricordi, emozioni, e mi è venuta la tentazione di raccontarle. I racconti incrociavano tutti il Grande Raccordo Anulare; così l’esperienza pratica si è incontrata con l’immagine molto forte che il GRA ha assunto di per sé nella coscienza di noi romani”.

Il GRA ieri ed oggi. Come è cambiato l’impianto stradario negli ultimi anni e cosa si aspetta dalla terza corsia in costruzione?
“Mi sembra ci siano stati miglioramenti nel traffico, soprattutto nella zona a ovest della città. Ma devo dire che nella mia vita quotidiana non uso il Raccordo Anulare (per fortuna, perché non devo fare grandi spostamenti), quindi non posso realmente valutare la sua funzionalità attuale”.

Cosa rappresenta per un romano il GRA?
“Tante cose. In molti tratti rappresenta l’affaccio sul “fuori” della città, io amo pensarlo come il lungomare di Roma. A volte concretizza l’incubo dell’ingorgo automobilistico metropolitano, e le sue uscite numerate costringono a fare i conti ogni giorno con la matematica e la geometria. Quasi tutti lo immaginano come il confine urbano, anche se questo non è vero, ci sono grandi spazi vuoti all’interno dell’anello e ci sono enormi agglomerazioni fuori. In generale dà una forma alla nostra percezione dello spazio: le pubblicità di aziende e negozi locali mostrano spesso cartine con l’ubicazione del sito rispetto al Raccordo, e indicano sempre l’uscita utile per raggiungerlo”.

Il GRA a Roma, la tangenziale a Milano. Cosa fa del primo un”eccellenza” rispetto al secondo?
“Non conosco bene Milano, ma mi sembra che le sue arterie appaiano sempre per quello che in realtà sono: manufatti di asfalto e cemento, pezzi di strade senza identità propria. Il GRA ha invece una forma conclusa, circolare, che inevitabilmente ti affascina e va al di là della sua essenza materiale. A guardarlo sulle cartine o a percorrerlo fattivamente si percepisce sempre la sua immensità e la sua regolarità geometrica, è qualcosa di unico nell’ambiente in cui viviamo”.

Come ha costruito le storie all’interno del libro? Hanno pesato molto le esperienze personali?
“Sono sempre partito da quelle: dai ricordi relativi a quel certo luogo, se già lo avevo vissuto in altri tempi, oppure dalle sensazioni e dalle associazioni mentali che i luoghi mi suscitavano al momento in cui li percorrevo. Ma quando incontravo persone che avevano cose da raccontare, e avevano voglia di farlo, mi mettevo da parte, e le loro storie occupavano tutto lo spazio della pagina, della mente e del cuore. Anche del mio. Qualche volta, infine, i due livelli si incontravano, come nel caso del miracolo economico visto dalla Borgata Giardinetti, sulla via Casilina”.

Qual è il suo rapporto con il GRA?
“Direi sereno, proprio perché non sono costretto a usarlo tutti i giorni. Quando lo faccio è perché l’ho deciso io, e non è mai negli orari di massimo traffico. Piuttosto mi preoccupa la sensazione che provo quando lo percorro, la percezione che la città continua a espandersi mangiando il paesaggio. Sembra un fenomeno naturale inarrestabile, come lo spostamento geologico dei continenti. Penso anche che quella immensa parte di Roma che vive intorno al Raccordo meriterebbe di più. Non è più soltanto la periferia degli emarginati. C’è di tutto. Dovrebbe credere in sé stessa. Dovremmo crederci tutti. E realizzare lì un po’ di cose belle”.

Se dovesse definirlo con 3 aggettivi quali userebbe?
“Stimolante, necessario, inquietante”.

Il dramma degli ingorghi. Come vede l’attenzione delle amministrazioni che si succedono a Roma rispetto a questo problema?
“E’ un discorso molto complesso, è facile tranciare giudizi. In Italia siamo tutti allenatori della Nazionale e assessori al traffico. Però ho l’impressione che il problema traffico sia stato un po’ rimosso. E’ sempre ai primi posti nei sondaggi sui problemi sentiti dalla gente, ma la politica non ne parla più (anche i media preferiscono altri argomenti). Con le giunte Rutelli la questione era all’ordine del giorno e si fecero molti passi avanti (treni, tram, parcheggi, strisce blu). Con quelle di Veltroni le iniziative rallentarono, e con la giunta di destra si sono fermate. La destra romana, secondo me, ha un limite culturale di partenza: sente ogni tentativo di regolamentare l’uso dell’auto privata come una limitazione della libertà. Hanno sempre contrastato con calore le corsie protette per i mezzi pubblici, i parcheggi  a pagamento, i cantieri per le metropolitane, in generale le contravvenzioni, anche quando sono sacrosante. Invece secondo me la questione non è né di destra né di sinistra. Si tratta di usare meglio l’auto, non di demonizzarla. E i romani lo sanno. Bisognerebbe avere la coerenza e la determinazione di ricordarglielo spesso”.

Mario De Quarto è nato a Roma nel 1953. Dopo aver lavorato per molti anni nella redazione del “manifesto”, ha collaborato con diverse testate e in particolare con “Capitolium”, rivista trimestrale del Comune di Roma. Si è lungamente occupato di città e territorio.

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Stefano Giovinazzo

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