Versi d’amore e di speranza. Intervista a Stefano Giovinazzo

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librodigiovinazzoAmore, dolore, speranza. Questi i versi di Stefano Giovinazzo in “Finché non ti ho trovata” (Libertà edizioni, 2009). Silloge di poesie decisa nelle parole, molto espressiva. L’autore , al secondo libro dopo “Dentro un Amore” (Giulio Perrone Editore, 2007), rivela tratti interessanti della propria poetica e personalità.



Stefano sei uno degli ultimi “acquisti” in casa Libertà Edizioni? Che ne pensi di questa realtà?
“Libertà edizioni: buona la prima. La realtà creata dalla casa editrice toscana ha sicuramente il merito di curare molto il rapporto sia con l’autore sia con il lettore. La presenza sul territorio a presentazioni, l’affiliazione sul web stanno già portando risultati ottimi come visibilità (parola prima da utente poi da scrittore). E i prodotti editoriali stampati finora si stanno imponendo. Infine un elogio doveroso per chi investe ancora in poesia…”

Raccontaci un attimo cosa ti ha spinto a scrivere questo libro.
“Le emozioni. Chi le reprime, per un certo periodo, chi ne parla con un confidente (con passione, rabbia, amore, delusione), chi lo mette su carta per lasciare qualcosa. La voglia di scrivere nasce dalla volontà di rendere “importante” un momento di vita, viverlo nella sua essenza, fissare il presente e renderlo materia.”

Quindi tu hai scritto queste poesie soprattutto come un tuo sfogo?
“No. Parlare d’amore, di passioni, di sentimenti vissuti non è sfogo è parlare. Che nasca da un dolore, da un piacere, da un ricordo, le poesie che scrivo fissano momenti di vita, valorizzano il mio tempo che passa.”

E come mai hai scelto la poesie e non invece di scrivere dei racconti?
“Amo la poesia, la metrica, i messaggi brevi, parole che si fissano nelle mente. In preparazione ci sono anche racconti: “Attimi di vita” (mi rivolgo ad editori…).”

Ottimo, aspettiamo di vedere e di leggere “attimi di vita”. Ci spieghi invece a chi è rivolto il titolo della tua raccolta di poesia. “Finché non ti ho trovata“?

“Ad una persona, ad uno stato d’animo, ad una ricerca che si completa. L’attesa che si consuma e raggiunge l’istinto iniziale del “viaggio”, tema portante della raccolta di poesie.”

Viaggio, un tema che contraddistingue te e anche un pochino me. Milano, Roma Venezia sempre in moto, dove ti fermeresti più volentieri e perchè?
“La laguna, le calli, i campielli, il Canal, Piazza San Marco (“il più bel salotto d’Europa”). Venezia. Roma è la mia città, dove ogni cosa non è scontata, dove ogni mattina sorridi guardando il Tevere, dove la storia si fa presente. Viaggiare tra Roma e Venezia…”

Pensi che la poesia sia un bene di consumo per pochi intellettuali o credi che i poeti abbiano ancora qualcosa di importante da dire a tutti gli uomini?

“I poeti sono stati e saranno la “salvezza de mondo”. Escludo il presente, la poesia rende (anche in termini “economici”) una volta passati a miglior vita. La forza espressiva della poesia non morirà mai, più forte di un romanzo, più viva di un racconto.”

Quando scrivi hai una fonte di ispirazione?
“Il silenzio, il ricordo non “metabolizzato”, l’emozione che torna come “acqua sulle sponde”. E sicuramente le riflessioni nei vicoli di Roma e nelle calli veneziane…”

Non credi tuttavia che sia anche responsabilità del poeta quella di cercare di parlare a tutti gli uomini? Le tue poesie sono scritte in una lingua chiara, con l’evidente intento di comunicare da pari a pari con il lettore. Sembri lontano da una concezione aristocratica della poesia…
“La poesia è per tutti quelli che hanno la volontà di ascoltarla, di sentirla anche propria, di (ri)vivere, durante la lettura, il proprio vissuto. Chi non si cala nel dolore per capirlo, superarlo e renderlo comunque un pezzo del proprio ego, rifiuterà la poesia. Il poeta parla al mondo. Il mondo deve avere il coraggio di sentirlo.”

Stefano ci racconti come eri da bambino? Siamo abituati a vederti adesso, tra carte e libri e giornali, ma che facevi da piccolo?
“Sono stato e sono sempre in mezzo alla gente, rido e scherzo, organizzo e viaggio. Da piccolo il mio grande amore era il calcio, lo è anche adesso. I libri li ho sempre “ammirati”, collezionati, riposti. Poi ho cominciato a divorarli, il libro mi ha atteso. Da piccolo sicuramente ho assaporato “il midollo della vita”.

Per scrivere una poesia o per leggerla, bisogna solo calarsi nel dolore, come dici tu, oppure c’è posto anche per altri stati d’animo?
“Ovviamente. L’emozione diventa poesia, che sia piacere, dolore, ricordo, solitudine, malinconia. Ci sono diversi stati d’animo che creano l’atmosfera poetica, così come ci sono più destinatari.”

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