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Archivio ‘Varie’

“Mio fratello il Papa”

scritto da Alessandra Stoppini il 12 aprile 2012

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Un uomo, un fratello, prima di essere il Capo della Cristianità, il 265° Papa della Chiesa Cattolica e Vescovo di Roma. È Joseph Ratzinger visto dal fratello maggiore Georg, che ha scritto con Michael Hesemann Mio fratello il Papa (Piemme 2012) un ritratto inedito del Sommo Pontefice della Chiesa Universale eletto Papa il 19 aprile 2005.

L’ex maestro di cappella che ora vive a Ratisbona e che lo scorso 29 giugno 2011 ha festeggiato insieme al Papa “le nozze di diamante, cioè il sessantesimo anniversario della loro ordinazione, avvenuta nella cattedrale di Frisinga nel 1951”, insieme allo storico del Cristianesimo rievoca la lunga vita del Pontefice. Ecco quindi la nascita di Joseph il 16 aprile del 1927 nel villaggio di Marktl am Inn in Baviera “nei dintorni di Altötting, dove sorge il celebre santuario della Madonna Nera”, l’infanzia, l’avvento del nazismo “i nostri genitori ci avevano solo detto che Hitler era un uomo malvagio, un terribile criminale”, l’adolescenza “era un ottimo studente”, la guerra, la vocazione sacerdotale e “la straordinaria carriera tedesca, da figlio di un commissario di polizia a guida spirituale di 1,3 miliardi di cattolici”. L’interessante libro - intervista pubblicato dall’editore Herbig di Monaco e arricchito da una quarantina di fotografie, puzzle della famiglia bavarese del Pontefice e di una vita intera, è il resoconto di una serie di colloqui che si sono svolti a Ratisbona nella tarda primavera dello scorso anno tra Monsignor Ratzinger e il giornalista/scrittore. “Gli faccio visita in vari momenti dell’anno”, perché il legame tra Georg e Joseph non si è mai spezzato, anzi con il trascorrere del tempo si è fatto più intenso, soprattutto dopo l’elezione di Joseph Ratzinger al soglio di Pietro. “Il rapporto con mio fratello è rimasto praticamente lo stesso. Ora nella preghiera rivolgiamo al buon Dio richieste molto diverse rispetto al passato, ma nella nostra relazione personale è tutto come prima”. Georg Ratzinger rivela che al piccolo Joseph piacevano i dolci che preparava la mamma e gli orsi di pezza e afferma “eravamo un cuore e un’anima sola” fin da piccoli. Incuriosisce come si svolge la giornata del Santo Padre: “nei giorni feriali pranza alle 13.15, mentre la domenica alle 13; poi fa una breve passeggiata nel giardino del Palazzo Apostolico, perché “Post coenam stabis vel passus mille meabis” (Dopo mangiato devi riposare o fare mille passi) e “in estate preghiamo sempre insieme il breviario, mentre alle 19.00 fa una passeggiata nei giardini vaticani o in quelli di Castel Gandolfo, recitando il rosario insieme al suo segretario, monsignor Georg Gänswein. In inverno, invece, siccome diventa buio presto, esce alle 16.00. Verso le 18.00 vengono programmate le udienze”. Il programma preferito in tv di Benedetto XVI è “la serie del Commissario Rex, anche perché ci piacciono i cani” però “mio fratello guarda raramente la televisione, al massimo un film che parla del Vaticano o di una prossima canonizzazione o beatificazione”.

In Mein Bruder, der Papst la voce di Georg Ratzinger diventa protagonista e cronaca di un racconto incalzante, emozionante “Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum, Dominum Josephum Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Ratzinger. Quando sentii quella parola rimasi pietrificato. Sinceramente devo dire che in quel momento mi sentii scoraggiato, abbattuto. Per lui era una grande sfida, un impegno gravoso, pensavo tra me, ed ero seriamente preoccupato”. L’autore ricorda che per il Papa “la sua elezione era stata come un fulmine a ciel sereno” che Benedetto XVI aveva accolto con serenità, consapevole di abbandonarsi al volere di Dio che gli affidava questo alto compito. Il Santo Padre ha scelto di chiamarsi Benedetto, perché ha sempre avuto una venerazione per il Santo di Norcia che considera il suo primo padrino e protettore ma anche per motivi estetici ed etimologici “gli piacevano sia il suono che il significato (dal latino benedicere), benedetto da Dio e benedizione per gli altri, ma gli sembrava anche adatto per un pontefice”. Nell’introduzione Michael Hesemann confessa di essere rimasto colpito dal racconto di Georg Ratzinger sui primi anni di formazione di Benedetto XVI. Ne risulta, infatti, il ritratto di una famiglia che, grazie a una fede vissuta intensamente, riuscì a resistere a tutte le avversità del tempo, comprese le malvagità del regime nazista”. Un libro/dialogo, un profilo singolare che disvela sotto una nuova luce l’uomo e il Pontefice che si vede e si definisce come “un umile servitore nella vigna del Signore” perché comprende “molto chiaramente qual è il confine tra uomo e carica e conosce i suoi limiti”. Al termine di questa lunga conversazione Georg Ratzinger, la persona più vicina a Benedetto XVI, si augura che suo fratello “possa sempre adempiere al suo incarico di successore di Pietro liberamente e nel modo migliore. Desidero anche che un giorno, nell’altra vita, dove ognuno di noi sarà giudicato, superi l’ultimo esame di fronte al Padre celeste e tutto finisca bene. Di questo ne sono convinto”

Georg Ratzinger (Pleiskirchen, 15 gennaio 1924) è un presbitero, musicista e direttore di coro tedesco. È il fratello maggiore del Papa Benedetto XVI. Nel 1946, assieme al fratello Joseph, entrò in seminario e fu ordinato sacerdote con lui nel 1951. Ratzinger completò i suoi studi musicali nel 1957, divenendo maestro di cappella a Traunstein. In seguito, nel 1964, divenne direttore del coro della cattedrale di Ratisbona, noto come Regensburger Domspatzen, che diresse fino al 1994. Alla guida del coro di voci bianche e del coro a voci virili della cattedrale di Ratisbona, il maestro Ratzinger ha eseguito centinaia di concerti in tutto il mondo, partecipando a rassegne corali internazionali di musica sacra.

Michael Hesemann nato nel 1964, è uno storico, giornalista e scrittore tedesco. Ha studiato storia a Gottinga ed è un autore famoso a livello internazionale, oltre che giornalista specializzato in Storia della Chiesa. Lavora come free lance per il Vatican Magazin. Vive fra Düsseldorf e Roma. Ha pubblicato vari saggi di Storia della Chiesa tradotti anche in Italia.

Mio fratello il Papa è tradotto da Anna Maria Foli.

Autore: Georg Ratzinger con Michael Hesemann

Titolo: Mio fratello il Papa

Editore: Piemme

Anno di pubblicazione: 2012

Prezzo: 16,50 Euro

Pagine: 272

Intervista Carlo Ziviello

scritto da Sara Meddi il 11 aprile 2012

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Perché avete deciso di diventare editori?

Ad est dell’equatore è stata fondata dai fratelli Ciro e Marco Marino nel 2008, allora poco più che ventenni. Il senso del loro sogno – e del nostro, Carlo Ziviello e Guglielmo Gelormini, che siamo entrati in società un anno dopo – si riassume in questo: “I libri sono la nostra scommessa: farli, oggi, è difficile, ma  noi  crediamo  ancora che possano inventare  il migliore  dei mondi possibili.” Da allora non è cambiato molto; fare libri è ancora una scommessa, a crederci con noi, però,  oggi si sono aggiunti altri!

Come pensate di distinguervi nel panorama editoriale italiano?

Con qualità e originalità, soprattutto.  Scegliamo strade diverse non solo come contenuti, ma anche come strategie di marketing: le bESTie, un diverso modo di permettere agli esordienti di accedere al mercato editoriale basato sulle produzioni dal basso – il crowdfunding, per intenderci – è tra questi.

Come giudicate lo “stato di salute” dell’editoria campana?

Ci sono editori storici che non sono sempre riusciti ad uscire dalla dimensione dell’editore-persona per diventare azienda, e si identificano troppo con la figura del fondatore, nel bene e nel male. Ci sono case editrici giovani e molto attive, tra cui speriamo di rientrare, che però soffrono per problemi dimensionali e finanziari. La vera criticità dell’editoria campana, e in generale del mezzogiorno, è la distanza dai centri culturali del paese: Roma e soprattutto Milano. L’editoria campana vive spesso del proprio mondo culturale – sia in termini di autori che di contatti con la stampa e i media. Una sorta di autoreferenzialità geografica che, se in termini di fecondità culturale aiuta molto – Napoli è e resta una città culturalmente molto viva -  non aiuta invece per ciò che concerne la visibilità. Quello che proviene da Napoli, se non parla di camorra o ecomafia, resta poco visibile e raramente raggiunge quel mercato che non a caso viene definito nazionale.

Come scegliete i libri (e gli autori) per il vostro catalogo?

Abbiamo un’identità editoriale precisa e decisa: colori forti, testi rapidi e taglienti, contenuti originali, storie brevi ed incisive per ciò che riguarda la narrativa, senza dimenticare le collane che trattano di indagine sociale. Prendiamo in considerazione i manoscritti che rispettano queste caratteristiche, senza dimenticare che all’autore è richiesto di impegnarsi attivamente – e soffrire, se necessario – al nostro fianco nella promozione del libro.

Quale dei vostri libri consigliereste a chi non vi conosce?

Direi tutti; abbiamo creduto in ogni singolo libro che abbiamo pubblicato; oggi, tra le novità, direi sicuramente Pane e Peperoni, autobiografia di Peppe Lanzetta in uscita ad aprile. 3 volte 10, una trilogia di racconti surreali su Maradona – che con l’icona del calciatore non hanno niente a che vedere – scritta da Davide Morganti. Tra i romanzi, Quis ut deus, di Paolo Logli, pubblicato l’anno scorso e già alla seconda ristampa. Direi anche Inferno di Gianfranco Marziano, autore cult non solo in Campania, che purtroppo però è esaurito.

Come avete definito le vostre collane?

Riporto dal nostro sito:

Virus: Romanzi e racconti lunghi per raccontare il nostro tempo attraverso la lente deformata di ciò che siamo. Romanzi pop, acidi, dai colori irreali o surreali, con in ogni caso un passo diverso rispetto alla realtà, troppo avanti o decisamente troppo indietro. Romanzi che entrano dentro, come virus appunto, e lentamente modificano il dna della vostra struttura mentale

Extras: Libri che non scorrono su un piano stabile. Che non hanno una geografia e un identità immediata. Che si collocano dovunque. Cataloghi, narrazioni multimediali, spin off. Tutto ciò che è extra collana e anche oltre.

Liquid: La letteratura alta, o altra. Poesia soprattutto. La letteratura che si mette di proposito le classifiche di vendita e il mercato alle spalle, per avere davanti una sola cosa: l emozione. Letteratura liquida, che non ha una forma immediata, letteratura del nostro tempo che si muove incessantemente, e che solo le parole possono provare a fissare.

Ni Mu: Romanzi che affondano nella realtà. In qualche modo l opposto dei Virus. Romanzi che recuperano la grande tradizione della letteratura d impegno civile, narrazioni che impattano sulle coscienze e che non smettono mai di ricordarci che la vera letteratura non e fatta per intrattenere ma per scuotere.

Cubi: Immagini che bucano la carta su cui sono stampate raccontando realtà invisibili, ora vicine, ora lontane. Che si tratti spazi deserti, periferie dimenticate o centri ipermondani, i Cubi descrivono tutto quanto l’occhio da solo non riesce a raccogliere. Viaggi fotografici che attraversano il quotidiano con curiosità e precisione, pescando nell’insolito, sciogliendo il difficile, fissando memorie.

Barbari: Saggi dal passo lungo e meditato, e instant-book  per cogliere i fermenti più immediati del nostro tempo. In ogni caso, strumenti di conoscenza perché la narrazione della realtà deve necessariamente passare per un’analisi accurata di essa. L’intento è quello di cogliere gli impulsi di ricerca nella loro forma più diretta, per informare e, se necessario, per contro informare.

E la veste grafica delle vostre collane?

Usiamo colori primari, non di rado pantoni fluo, e disegni o immagini forti. Credo sia uno degli aspetti di maggior riconoscibilità che abbiamo.

Com’è il vostro rapporto con la distribuzione e le librerie?

Abbiamo un’ottima distribuzione nazionale, PDE; con le librerie, ci aiutiamo cercando di consolidare rapporti diretti.

Fino adesso come giudicate la risposta dei lettori al vostro progetto?

Alterna: ottima dal punto di vista della visibilità o dell’attenzione. Le vendite, però, stentano a decollare; ma questo è un punto che condividiamo con molti altri piccoli editori e fortemente dipendente dalla congiuntura economica.

Cosa pensate del fenomeno dell’editoria digitale? Quali rischi e potenzialità intravedete?

Né  rischi né potenzialità. L’editoria digitale è uno strumento del tutto diverso, a nostro parere. Un nuovo modo di fruire la letteratura, che richiede a nostro parere testi diversi, studiati per strumenti diversi, e che va affrontata in modo del tutto diverso rispetto all’editoria cartacea.

Quali sono i vostri prossimi progetti?

Ad Aprile uscirà Mariano Baino, uno dei più importanti poeti italiani viventi, con un romanzo che definirei spiazzante. A maggio pubblicheremo due racconti neri di Giancarlo De Cataldo, in linea con lo stile dell’autore di Romanzo Criminale mentre a giugno uscirà un saggio-reportage scritto in diretta sulla rivoluzione in Libia di Lucia Goracci, inviata del TG3 in medio oriente. In prospettiva, vogliamo aprirci alla letteratura straniera, soprattutto nordamericana e sudamericana: a settembre uscirà per i nostri tipi l’opera forse più importante di Alejandro Morales, tra i maggiori esponenti della letteratura chicana mondiale, del quale tradurremo per la prima volta in italiano Caras viejas y vinho nuevo.

Italia: la massoneria al potere

scritto da Redazione il 10 aprile 2012

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Con l’insediamento di Mario Monti a capo del governo, si è ritornato a parlare di massoneria, dato che il personaggio è legato a quei club di potenti che sembrano decidere le sorti del mondo come il Bilderberg e la Trilateral Commission (di cui fa parte, tra l’altro, anche l’onorevole Enrico Letta).

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“Lo scrittore e l’altro”

scritto da Michele Lupo il 6 aprile 2012

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Scrivere dello scrivere è (stata) una pratica diffusissima – soprattutto nel ‘900. Al punto che il serpeggiante sospetto di una via di fuga anche furbastra e stucchevole di scrittori a corto di idee è parso fondato. Si può andare avanti per decine di pagine per dire che non si ha niente da dire – chi ne ha fatto paradossalmente una fenomenologia della scrittura, o un’antropologia dello scrittore, chi ci ha ingloriosamente marciato.

Carlos Liscano – o almeno colui che non teme di utilizzare ne “Lo scrittore e l’altro” il nome dell’autore uruguaiano, nato nel 1949, la sua voce narrante - è di quegli scrittori che faticano a leggere romanzi, che non hanno alcun interesse per “la storia che racconta un romanzo”, che non vedono la storia “ma il modo in cui la storia si presenta”. Tipico modo di concepire la scrittura meno come intrattenimento, ludus, menzogna e più come esercizio filosofico del tutto peculiare, inteso com’è non quale elaborazione concettuale sulle cose generali o sui sistemi, ma dissezione di un gesto – lo scrivere stesso – o di un individuo irripetibili. Seppure non del tutto originale; perché, si è detto, uno scrittore che adombra il tentativo di tenersi a distanza da se stesso, da un sé poco avventuroso, biograficamente ininteressante per i più, non è una novità.

“Non c’è niente da scrivere sulla mia vita. Solitudine, reclusione obbligata, reclusione volontaria. Sporadiche ansie d’infinito”. Ma questo niente di cui dice di non poter dire alcunché, è in effetti il solo oggetto vero del quale è in grado dire qualcosa.

Non è da sottovalutare nemmeno la confessata “incapacità di descrivere dettagli e la tendenza a cadere nel trascendente”. Il trascendente non è un bel posto per cercare “ispirazione”. La scrittura - almeno quella narrativa - ha da fare con la materia: lo sapeva bene una che al trascendente credeva eccome, Flannery ‘O Connor. Dalle parti di Liscano, se la scrittura non serve a parlare di sé, non serve a nulla. Il problema è: come continuare se parlare di sé significa parlare di un vuoto, in questo caso di quella bolla dalla pellicola spessa che si è costruita al posto dell’’io’ in tredici anni di carcere?

Liscano aveva combattuto il regime del suo paese ed era finito in galera. Ma, ce lo insegnano Kafka o Beckett, uno scrittore non ha bisogno del carcere. È in grado di fabbricarselo da solo. Almeno, un certo tipo di scrittore, per il quale scrivere sembrerebbe il solo modo per tollerare il peso di un silenzio profondo – volendo nemmeno così inviso, questo il punto. La scrittura è un modo per rispettarne la terribile verità addomesticandolo, tenendone a bada la follia e insieme sobillandola. Ancora, più che un esercizio di ragionamento, questa sorta di diario assomiglia a un gesto apotropaico – ma assai controverso: guarisce dal nulla e nello stesso tempo nel nulla si tortura. Vi è una mossa originaria, un errore fondativo: quello di concepirsi scrittori. Di inventare un sé scrittore, al quale ciò che di primitivo rimane (il residuo biologico, affettivo, sociale: cosa?), faticosamente cerca di adeguarsi.

Un’auto-tortura, in pratica. Della quale poi si finisce per non saper fare a meno. In tale circolo vizioso, scrivere tiene a bada il dolore e se ne procura di ulteriore. Forse, se non si ha niente da dire, l’unico modo per guarire davvero è lasciare sulla scrivania penne, blocknotes o computer e uscire di casa. E provare a vivere.

Autore: Carlos Liscano

Titolo: “Lo scrittore e l’altro”,

Casa editrice: Lavieri

Anno: 2011

Pagine: 168

Costo: Euro 15,00

Intervista a Marcello Baraghini

scritto da Sara Meddi il 5 aprile 2012

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Come è nata l’esigenza di fondare la casa editrice?

La casa editrice viene registrata al Tribunale di Roma ufficialmente nel 1970, anche se le prime fanzine cominciano a circolare ufficiosamente già nel 1968; dunque la casa editrice nasce in pieno clima Sessantottino, sull’onda della protesta giovanile che negli Stati Uniti era già attiva da qualche anno e proprio sul modello delle “Alternative Press” statunitensi nasce Stampa Alternativa, per dar voce a tutti quegli argomenti “scottanti” di contro-informazione.

Come si caratterizza il vostro progetto editoriale?

L’intento era quello di fare contro-informazione sugli argomenti più disparati: dall’aborto all’obiezione di coscienza, dai diritti dei minori fino alla legalizzazione delle droghe leggere.

Il direttore editoriale Marcello Baraghini ha collezionato 137 procedimenti penali, tutti per reati di opinione. Ora, molte di quelle battaglie sono diventate leggi ma la casa editrice continua a fare contro-informazione sia attraverso saggi d’inchiesta, romanzi sociali che riscoprendo classici della letteratura dimenticati o scomodi. Non a caso la nostra collana di punta si chiama “Eretica” e vuole scuotere gli animi a un pensiero libero e privo di pregiudizi.

C’è un libro e/o un autore al quale sei più affezionato? Perché?

L’isola della tartaruga di Gary Snyder, primo perché è un libro di splendide poesie e alcuni saggi a sfondo ecologico, secondo perché Snyder è stato un proto-ecologista della beat generation e terzo, ma non ultimo, perché lo abbiamo ospitato per un nostro indimenticabile Festival della Letteratura Resistente, qui in Italia, prima a Roma e poi a Pitigliano ed è una persona davvero speciale, come solo i poeti sanno essere e ogni volta che parlava in pubblico o in privato, fosse per una conferenza stampa o per un reading delle sue poesie, tutti rimanevano in un mistico silenzio.

Come vi rapportate con gli autori esordienti? Come giudichi la qualità del materiale che vi inviano?

Spesso gli esordienti sono autori ostici poiché non hanno molta umiltà e tendono a pensare di essere tutti Joyce in erba. Comunque, sia  per la saggistica che per la narrativa, vale sempre il criterio che deve esserci uno sfondo sociale o di denuncia. Se il contenuto è convincente si può anche lavorare su una forma che lascia a desiderare, consegnando il materiale nelle mani di un buon editor.

Cosa ne pensi del fenomeno dell’editoria a pagamento e qual è la vostra politica in merito?

Stampa Alternativa è stata la prima casa editrice in Italia che sollevò la questione circa dieci anni fa con un libro di Miriam Bendia che si intitolava Editori a perdere, si sollevò un gran dibattito attorno al libro. Molti critici si affrettarono a suddividere i cattivi e i buoni editori a pagamento, a seconda dei casi. Certo, c’è differenza tra l’editore a pagamento che ti truffa completamente con false promesse di distribuzione e promozione e quello che chiaramente si presta a stampare un lavoro per un dottorato di  ricerca e non ti prende in giro. Ma in generale non ci sembra un lavoro da editori ma piuttosto da tipografi.

Quali sono quali sono le difficoltà, le soddisfazioni e le aspettative del vostro lavoro editoriale?

Le difficoltà sono di visibilità nelle grosse catene librarie, in particolare nelle Feltrinelli che da quando hanno acquisito la distribuzione Pde, stanno applicando una logica sempre più di marketing e sempre meno di qualità del prodotto. Questo meccanismo innesca per gli editori indipendenti non di rado anche problematiche di natura economica.

Le soddisfazioni sono quando si prende in mano un libro bello, sul quale si è lavorato molto, ci si è creduto e ci si sente un po’ come un genitore che ha partorito la sua creatura.

Aspettative: di continuare a fare un lavoro creativo con amore e professionalità.

In questo mercato dominato da pochi e grandi gruppi editoriali come pensi sia possibile combattere l’omologazione nella lettura?

Col passaparola, con internet e con quei pochi critici che ancora leggono i libri e sanno difendere i propri spazi sulle testate giornalistiche per le quali scrivono.

Cosa ne pensi della legge Levi?

Se viene rispettato davvero il tetto di sconto del 15%, per gli editori indipendenti è un vantaggio in più rispetto allo sconto selvaggio che i grossi gruppi editoriali finora hanno invece potuto praticare a loro totale piacimento. Un po’ meno comprensibile la parte di legge che vorrebbe equiparare tutte le testate anche web, soffocandole di oneri di ogni sorta, come se il settore non fosse già in affanno così.

Due domande più personali:

Qual è il tuo libro preferito?

Ho amato molti libri, ma il mio faro è La vita agra di Luciano Bianciardi.

Come si svolge la tua giornata di editore?

Leggo molto; libri, bozze e giornali. Comunico con i miei più stretti collaboratori e per rilassarmi faccio lavori di campagna.

“L’amore tra le righe”

scritto da Elisa Bonfadini il 4 aprile 2012

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Kate, Jo e Sarah, tre donne completamente differenti l’una dall’altra, ma in comune hanno un’amica davvero speciale, che trasformerà le loro vite. “Amore tra le righe” di Lisa Verge Higgins (Piemme 2012)

Cosa rende un uomo qualunque l’amore della tua vita? La domanda che attraversa la vita di Sarah come un boomerang. Lei, amante sprezzante del pericoli è in grado di sentirsi bene solo attraverso le impervie della giungla africana, guadando fiumi o salvando altre vite. Ma l’uomo dei suoi sogni, l’amore della sua vita è lontano migliaia di chilometri, lontano da anni, ma non lontano dai suoi pensieri nei quali è sempre presente. Riuscirà Sarah a riconquistare il suo grande amore?

Che cosa rende una moglie anche un amante indimenticabile? E’ la domanda che spetta a Kate, la cui vita matrimoniale ormai è totalmente resa piatta dalla routine e dall’arrivo di un figlio, che sembra aver assorbito qualsiasi tipo di energia alla coppia. Un marito, quello di Kate, che però sembra non essersi accorto delle differenze. Ma allora esisterà un modo per riaccendere quella focosa passione che prima dell’avvento del figlio, infuocava le loro notti?

E che cosa rende una qualunque donna una buona madre? Una domanda difficile, specialmente se la donna in questione è Jo. Una donna che fino ad ora ha posto se stesse al centro di tutto, una persona totalmente incapace di concepire il significato della parola “maternità”. Costretta ad accettare nella sua vita una bambina orfana, Jo si confronterà con le sue paure e si scontrerà contro quelle barriere che lei stessa ha innalzato intorno al suo cuore, per allontanare chiunque tentasse di avvicinarsi, giungendo forse alla risposta per la sua domanda.

Tre donne opposte, unite dall’amore per l’amica Rachel, l’unica persona che le ha sapute capire fino in fondo e l’unica in grado in di metterle d’innanzi alle loro domande, portandole mano nella mano alla risposta che cambierà definitivamente le loro vite.

Lisa Verge Higgis, laureata in chimica, ha deciso di dedicarsi unicamente alla sua grande passione: la scrittura. Ha pubblicato diversi romanzi storici, utilizzando uno pseudonimo.

Titolo: L’amore tra le righe

Autore: Lisa Verge Higgins

Editore: Piemme

Anno: 2012

Pagine: 360

Prezzo: 17.50 euro

“Così è la vita. Imparare a dirsi addio”

scritto da Roberto Bisogno il 3 aprile 2012

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Così è la vita. Imparare a dirsi addio di Concita De Gregorio (Einaudi 2011). Vi sono argomenti che pure appartengono alla vita di tutti, che non vengono mai toccati e quasi dimenticati nel nostro conversare quotidiano, ai quali si sfugge, dei veri e propri tabù. İn un’epoca come la nostra in cui dobbiamo tutti apparire giovani o almeno “giovanili”, coprire ventuali defaillances, insomma  apparire sempre in forma, la malattia, la fragilità, la nostra decadenza fisica, la vecchiaia, soprattutto la morte sono diventati temi proibiti. Quando raramente siamo costretti a farlo, ne parliamo di nascosto, con un senso vergogna.

“Chi muore, muore di nascosto. Una sottile discrezione diffusa impone che al malato non si dica cosa gli sta accadendo, che chi gli sta attorno faccia finta do non saperlo.” Scrive uno storico, Philippe Ariès: “Nel nostro tempo si è proibito il tema della morte come nel secolo scorso quello del sesso. La contingenza, la finitezza, la fragilità, la sofferenza e la morte, come la sconfitta, come ogni altro tipo di perdita, non fanno parte del quadro mentale dell’uomo occidentale. Sono avvenimenti secondari, estranei. Sono diventati temi proibiti e difficili”.

Su questi argomenti considerati scabrosi si sofferma e riflette Concita De Gregorio in questo suo libro-inchiesta, in cui, per l’appunto, ci conduce, attraverso una serie di brevi racconti, nei luoghi rimossi dai nostri discorsi. Lo fa con la scrittura piacevole e appassionata della giornalista di razza e, soprattutto, con l’intento di dimostrare che la principale via di uscita dal dolore consiste “nell’attraversarlo, nominarlo, domarlo”. Solo così, conclude, riusciremo a trasformarlo in un’occasione di crescita, in un nostro punto di forza.

Concita de Gregorio è nata a Pisa ove si è laureata in Scienze politiche. Ha iniziato la professione giornalistica presso le radio e le televisioni toscane, per poi passare a “Il Tirreno” , il quotidiano livornese per il quale lavorerà per otto anni. Nel 1990 approda a “La Repubblica”, con il quale collabora tuttora dopo una parentesi di  tre anni (2008/2011) nei quiali ha diretto “ L’Unità”. Nel 2002 pubblica “Non lavate questo sangue. Diario dei fatti del G8 di Genova” (Mondadori). Seguono nel 2006 “Una madre lo sa” finalista del Premio Bancarella 2007, una raccolta di venti storie di madri e di maternità nelle quali racconta la fatica di essere madre “in un mondo ove non c’è posto per le madri”; “Malamore. Esercizi di resistenza al dolore” (2008) sulla violenza contro le donne e, l’anno scorso, “Un paese senza tempo. Fatti e figure di 20 anni di cronaca italiana” (Il Saggiatore).

Autore: Concita De Gregorio

Titolo: Così è la vita. Imparare a dirsi addio

Editore: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2011

Prezzo: 14,50 Euro

Pagine: 118

“Ammazzarsi per sopravvivere”

scritto da Sara Meddi il 2 aprile 2012

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Di libri sul precariato ormai ne sono stati scritti a centinaia, libri-inchiesta, libri ironici, libri-denuncia, tanto da poter dire che è nato un vero e proprio genere narrativo. Dunque non facile trovare dei motivi per i quali un lettore (magari un lettore-precario) dovrebbe mettere le mani al portafoglio (in tempo di crisi poi…) per comprare un altro libro sul precariato. Per fortuna di buoni motivi per comprare questo libro ce ne sono, innanzitutto perché non è un libro sul riscatto e sul ritrovato successo ma sulla sopravvivenza. Ed è alla sopravvivenza che guardano la maggior parte dei precari di oggi. Quella raccontata da Levison non è una sopravvivenza amara e rassegnata ma una vera e propria forma di vita che diventa sempre più simile a quella di un lavoratore errante, un lavoratore votato all’improvvisazione quasi come un attore da palcoscenico. «Sono diventato senza accorgermene, un lavoratore itinerante, un protagonista di Furore dei tempi moderni».

Iain Levison si sveglia, fa colazione e come succede sempre più spesso spulcia tra gli annunci di lavoro. Ormai è un esperto, non di una professione ben inteso, visto che ha collezionato ben 42 impieghi in 10 anni e in 6 Stati, ma della sottile arte di decifrare tra il burocratese degli annunci di lavoro per trovare il perfetto compromesso tra il minimo impegno e il massimo guadagno.

«È domenica mattina e sto spulciando gli annunci di lavoro. Ce ne sono di due tipi: lavori per cui non sono qualificato e lavori che non mi va di fare. Prendo in considerazione entrambi.»

E così Iain si trasforma di volta in volta in tagliatore di pesce di un market per ricchi, in barman per feste private, in conducente di autocisterne, in pirata della televisione via cavo fino a imbarcarsi su una nave per la pesca di granchi giganti nel mare dell’Alaska

Il viaggio di Iain di lavoro in lavoro diventa l’occasione per metterci con lui sulla strada, come nei migliori romanzi on the road, in un’avventura che va da New York fino all’Alaska e ritorno. Un pellegrinaggio lavorativo per conoscere un’America sempre più disorientata e frammentata dietro la sottile facciata del sogno americano.

Non c’è amarezza in questo viaggio ma solo tanto humor e un pizzico di cinismo, tutto quello che serve in fondo per (soprav)vivere come lavoratore errante nell’era della globalizzazione.

La laurea in Lettere forse non gli sarà servita a trovare lavoro ma possiamo dire che sicuramente Levison ha delle bellissime doti letterarie, tanto da trasformare un libro potenzialmente solo amaro e disincantato in un romanzo ironico, incisivo e graffiante, un viaggio sulle strade d’America che ci riporta all’irriverenza di Kerouac e Bukowski.

Iain Levison, nato in Scozia nel 1963, cresciuto negli Stati Uniti, vive nella Carolina del Nord. In Italia sono stati pubblicati Fatti fuori (Instar Libri, 2005), Una canaglia e mezzo (Feltrinelli, 2008). Tradotto in vari paesi, Levison ha suscitato l’interesse della stampa e del pubblico. È considerato un autore di culto. Stando alle ultime notizie, fa il falegname.

Autore: Iain Levison

Titolo: Ammazzarsi per sopravvivere

Editore: Edizioni Socrates

Anno: 2009

Prezzo: 10 euro

Pagine: 160

“La rilegatrice di libri proibiti”

scritto da Alessandra Stoppini il 30 marzo 2012

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“Questo libro nasconde ciò che ho nel cuore… ”. Dora Damage protagonista de La rilegatrice di libri proibiti di Belinda Starling (Beat 2011) così definisce il diario da lei rilegato in marocchino rosso, le cui pagine bianche “attendono solo di essere riempite dalle vicende di un’esistenza liberamente vissuta, secondo l’ispirazione o la grazia divina”.

Vicende singolari accadute cinque anni prima da mettere nero su bianco che sveleranno al lettore un mondo sconosciuto e la figura di una donna straordinaria che scelse di non adeguarsi a “una storia già scritta, una sorte ineluttabile da seguire alla lettera” ma “di affrancarsi dalle catene che gli uomini ci avevano imposto”. Londra 1859. La Legatoria Damage si trovava nel quartiere di Lambeth al numero 6 di Ivy Street “la nostra era l’ultima di quindici case a schiera, una lunga fila di sudice sorelle con i medesimi lineamenti sulle facciate anguste”. Il patrono dei rilegatori San Bartolomeo sembrava essersi dimenticato del “basso e corpulento” maestro legatore Peter Damage afflitto da una dolorosa malattia, l’artrosi reumatica e deformante che gli impediva da qualche tempo di lavorare “le sue dita erano ormai grosse come i sigari che fumava alla fine di ogni giornata di lavoro”. “Se desideri qualcosa, dimezzala” ripeteva la madre di Dora alla figlia, infatti “la vita che facevo a Lambeth insieme a Peter mi diede modo di mettere in pratica questo insegnamento”. Dora e la figlioletta Lucinda di 5 anni soggetta a crisi epilettiche, non avevano futuro costrette a vivere in precarie condizioni in una casa fatiscente di proprietà della funerea signora Eeles, che “aveva una spiccata predilezione per la morte”, sollecitata dal continuo passaggio della Necropolitan Railway, che faceva vibrare “la casa fino alle fondamenta”, macabra linea ferroviaria che trasportava “i feretri e i parenti in lacrime giù fino a Woking, dove era stato costruito il più grande cimitero del mondo”. Alla disperata ricerca di una commissione per la legatoria, gli stivaletti di Dora “ripresero il loro ritmo cadenzato” nel ventre miserevole e sordido di Londra, nei meandri di stradine senza uscita e di vicoletti, ascoltando il respiro della capitale dell’Impero Britannico della Regina Vittoria, cioè “quell’aria fredda e untuosa” tipica della città. Le punte dei piedi della giovane donna l’avevano condotta davanti alle vetrine del negozio di stampe al 128 di Holywell Street, di proprietà del viscido Charles Diprose libraio e importatore di specialità francesi e danesi. Il rubizzo Diprose aveva commissionato a Dora la rilegatura di una serie di testi particolari considerati immorali, libri che il miglior cliente del libraio Sir Jocelyn Knightley, medico, studioso, scienziato e avventuriero intendeva diffondere tra i membri della confraternita segreta denominata Sauvages Nobles. Questi bibliofili aristocratici si dilettavano nella lettura di libri proibiti quali il Decamerone di Boccaccio tradotto nel 1620 da John Florio, Fanny Hill, le memorie di una donna di piacere di John Cleland, l’Ars Amatoria di Ovidio, testi di anatomia, ecc… tutti volumi ai quali Dora con la squisita fattura delle sue copertine decorate avrebbe creato una degna cornice. “La nostra letteratura è casta e malata perché la nostra società lo è”.

The Journal of Dora Damage edito per la prima volta nel 2006 dalla casa editrice Bloomsbury è il ritratto di una donna anticonvenzionale che ebbe il coraggio di sfidare per necessità la morale e le retrive e ottuse leggi del suo tempo. La corporazione dei rilegatori vietava il lavoro alle donne “non consentirò che andiate a ingrossare le fila delle donnacce che rubano il pane agli onesti operai e alle povere famiglie”. Inoltre la legge sulle pubblicazioni oscene il Lord Cambell’s Act stabiliva che “non era illegale possedere opere letterarie di genere immorale ma solo pubblicarle e diffonderle”. Se tutto questo non fosse stato già abbastanza la Società per la Soppressione del Vizio che era stata fondata agli inizi dell’Ottocento dalla Chiesa d’Inghilterra “collaborava con le autorità di polizia, fornendo loro informazioni sulla vendita, la distribuzione o l’esposizione di informazioni oscene”. Dora coadiuvata dall’apprendista Jack Tapster avrebbe creato sensuali e seducenti rilegature che avrebbero risvegliato i suoi sensi sopiti da un matrimonio senza amore e passione. “Il lavoro di rilegatura mi dava soddisfazione”. L’arrivo nella bottega artigiana di Din Nelson ex schiavo di colore proveniente da Baltimora liberato dall’Associazione femminile per l’Assistenza ai Profughi dalla Schiavitù di gentildonne alla quale faceva parte Lady Sylvia Knightley aprì gli occhi a Dora facendole imparare molte cose “sui misteri del cuore e del corpo”. Nella Londra del 1859 dove “un gruppo di profughi e rinnegati progettavano la demolizione di un istituto vecchio di secoli come lo schiavismo”, una figura femminile di stampo moderno “geniale, piena di creatività e coraggio” splendeva di luce propria in un ambiente ipocrita e falso perbenista. “Nell’ideare una copertina mi sforzavo sempre di distillare l’essenza del libro in ciò consisteva la mia modernità”.

Possiamo definire il romanzo edito da Neri Pozza nel 2009 e divenuto subito un bestseller, come un neo - feuilleton, cioè appartenente a quel popolare genere letterario che andava in voga tra la fine del XIX e l’inizio del XX Secolo e che è ritornato di moda oggi. La coinvolgente storia di Dora Damage conduce il lettore attraverso una trama ricca di colpi di scena e avvenimenti imprevedibili portandolo alla scoperta di un mondo finora sconosciuto, quello della rilegatura dei libri a mano, fatto di dedizione e passione. “Sebbene siano frutto della mia fantasia, i personaggi e gli eventi di questo libro sono largamente ispirati alla realtà”, così scriveva nelle note finali del volume l’autrice prematuramente scomparsa senza aver potuto vedere il suo emozionante e talentuoso libro pubblicato. “Perfer et obdura, dolor hic tibi proderit olim” (Sopporta e fortificati, un giorno questo dolore ti gioverà). Publio Ovidio Nasone Amores III, 11.

Belinda Starling viveva a Wivenhoe, nell’Essex. È scomparsa l’11 agosto del 2006 a soli 34 anni in seguito a un intervento chirurgico.

La rilegatrice di libri proibiti è tradotto da Massimo Ortelio.

Autore: Belinda Starling

Titolo: La rilegatrice di libri proibiti

Editore: Beat

Anno di pubblicazione: 2011

Prezzo: 9,00 Euro

Pagine: 443

“Storia proibita di una geisha”

scritto da Redazione il 29 marzo 2012

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Mineko Iwasaki, una delle geishe più famose di Gion Kobu e di tutta la storia del Giappone, scopre il velo di mistero attorno alla figura di “artista” che ha rappresentato per lunghi anni della sua vita. Con l’aiuto della scrittrice americana Rende Brown, dipinge un affresco intimo e coinvolgente della vità di una “donna d’arte”.

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“Fai bei sogni”

scritto da Massimiliano Coccia il 28 marzo 2012

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“Tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo” scriveva qualche anno fa Italo Calvino e oggi Massimo Gramellini con “Fai bei sogni” (Longanesi), racconta una ferita, fatta di solitudine e amarezza, di lotta contro un mostro e una paura di vivere, una ferita  provocata dalla morte della madre la mattina dell’ultimo dell’anno del 1966.

In quella mattina che rimane fissa ed eterna nella memoria di un bambino come tanti che perde non solo la madre ma anche l’innocenza, facendosi domande che un bambino non dovrebbe mai porsi. Frutto di quelle domande è Belfagor, il mostro che cova dentro il suo animo, un rancore istintivo nei confronti della vita che lo fa affondare ogni qual volta cerca di respirare. Un percorso lungo che passa per una narrazione semplice e scorrevole, mai pietistica che ci restituisce un libro importante, non tanto per la sua natura biografica, ma quanto per la riflessione intima e struggente sul dolore, dolore che spesso tendiamo a dimenticare, dolore che il piccolo Massimo vive inseguendo figure materne spesso inadatte o trincerandosi dietro grandi silenzi, dolore che diventa cemento per le solide fondamenta del Massimo Gramellini che conosciamo oggi che ha sempre trattato la vita con intensa leggerezza.

I tratti narrativi dell’autore si confermano coinvolgenti e sinceri, non c’è la voglia di trattare la vicenda personale come un noir, strada intrapresa purtroppo da molti, ma c’è la volontà di mettere un punto e di condividere un pezzo importante della propria vita trasformandola in narrazione collettiva, perché “Fai bei sogni” è  un libro che racconta l’Italia che eravamo e quella che siamo diventati, un libro che ci spiega la sottile differenza tra il male di viver e la paura di vivere, che congela amore e sentimenti, paure e sogni, perché la paura di non essere amati taglia le gambe al futuro.

Le passioni di Gramellini,  come il Torino, i Police, la lettura e quella casa davanti allo Stadio sono l’anagramma emozionale del nostro pensiero e ci riconsegnano la dignità del dolore e di un percorso di vita fatto di ricerca per comprendere la radice e la causa per cui quella morte brucia come una ferita ancora aperta, una ferita che solo altro amore ha saputo sanare.

Si arriva a provare una buffa nostalgia alla fine del libro, un positivo afflato del cuore che ci rimane attaccato alle mani, agli occhi e ci fa capire meglio chi siamo e quanto dolore spesso mettiamo da parte, sacrificato all’altare delle virtù e del pubblico rispetto.

La verità per Massimo Gramellini la troverà in una busta gialla, in un ritaglio del quotidiano dove oggi è vicedirettore, la verità per quel bambino è la spada che riesce ad uccidere Belfagor.

“Il meglio della vita”

scritto da Alessandra Stoppini il 27 marzo 2012

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La ventenne Caroline Bender con le sue coetanee cerca di ottenere Il meglio della vita, scritto da Rona Jaffe (Beat 2012). Cult di una generazione indicò alle giovani donne americane la via da seguire per emanciparsi attraverso il lavoro e la realizzazione di se stesse. “Ogni mattina, alle nove meno un quarto, si vedono emergere dalle viscere della metropolitana, uscire in fila dalla Grand Central Station, attraversare Lexington Avenue, Park Avenue, Madison Avenue, la Quinta Strada: centinaia e centinaia di ragazze”.

Un esercito femminile che partiva alla conquista del mondo, perché You deserve the best of everythings, ti meriti il meglio della vita. Una frase tra gli annunci lavorativi del New York Times diede a Rona Jaffe l’idea per il titolo del romanzo diventato a poche settimane dalla sua pubblicazione un bestseller, nel quale ciascuna donna si riconosceva ritrovando i suoi sogni, le speranze e la sua vita quotidiana. Caroline Bender “alle otto e tre quarti di mercoledì mattina, 2 gennaio” anche lei, come tante altre impiegate, uscì dalla Grand Central Station avviandosi verso downtown. Il viso grazioso e intelligente di Caroline brava ragazza di buona famiglia spiccava in quella “gelida, nebbiosa mattina di pieno inverno a New York”. La giovane era emozionata, perché “era il primo giorno del primo impiego della sua vita” come dattilografa presso la casa editrice Fabian che “occupava cinque piani ad aria condizionata in un edificio moderno di Radio City”.

The Best of Everything pubblicato nel 1958 da Simon & Schuster è un romanzo sulle ragazze che lavorano basato sull’esperienza della stessa Rona Jaffe che, dopo essersi laureata alla Radcliffe, aveva lavorato per quattro anni presso la casa editrice Fawcett Pubblications passando in breve tempo da impiegata a editor, come avviene alla protagonista del suo primo libro. “Erano le nove e la sala andava rapidamente popolandosi di ragazze, nessuna delle quali badava a lei”. L’ambiziosa Caroline donna in carriera, Mary Agnes “magra, scialba, coi capelli neri e ondulati” dalla vita programmata, April Morrison “grandi occhi azzurri e lentiggini sul naso ben disegnato”, Gregg Adams attrice e segretaria provvisoria della temibile Miss Amanda Farrow, Barbara Lemont così giovane e già divorziata con una bambina piccola. Sono tutti stereotipi per descrivere eterne fidanzate, aspiranti tali o “ragazze single alle prese con il primo impiego in città, minuscoli e costosi appartamenti in condivisione, l’esaltante libertà delle chiacchiere tra amiche, e poi il sesso, la verginità, l’aborto, le prime esperienze di mobbing, la ricerca del principe azzurro, il miraggio del matrimonio”. Così ha scritto Daniela Pagani nella bella postfazione La giungla nel rossetto pubblicata nell’edizione Neri Pozza (2007) del volume. In questa interessante e realistica cronaca proveniente dall’America degli anni Cinquanta dove le donne cercavano percorsi alternativi alla solita, scontata carriera matrimoniale, gli uomini appaiono come relegati in un angolo, sbiaditi, privi di colore, messi in ombra dalle giovani in cerca di riscatto. L’autrice in una delle sue ultime interviste concesse definì il suo bestseller come “una storia molto umana e universale sulla differenza tra ciò che una donna vuole e ciò che invece si trova ad avere”. Un libro coinvolgente che ripropone l’eterno dilemma su come si possa conciliare successo professionale con quello personale. Lavoro e carriera o matrimonio e figli? Come conquistare oggi come ieri “il meglio di ogni cosa?” “Non lasciarti intrappolare da qualche bravo ragazzo che la tua famiglia ti metterà davanti. Tu hai cervello, hai un futuro … sposa soltanto un uomo che rispetti. Se ti sposi con uno che non rispetti abbastanza, ne morirai”.

Per chi volesse approfondire l’eterno dibattito donna - lavoro segnaliamo questo interessante articolo Il valore delle donne di Cinzia Sasso apparso sul quotidiano La Repubblica il 20 Febbraio scorso. “Se quel famoso impegno preso a Lisbona (1), il 60 per cento delle donne occupate, diventasse realtà, in Italia il Pil salirebbe del 7 per cento”.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/20/il-valore-delle-donne.html

(1) Strategia di Lisbona programma di riforme economiche tra le quali uguali opportunità per il lavoro femminile approvato a Lisbona nel 2000 dai Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea.

Rona Jaffe (1931 - 2005) ha scritto numerosi libri di successo, quali Class Reunion, Family Secrets, The Last Chance, Mr. Right is Dead.

Da Il meglio della vita tradotto da Marina Bonetti è stato tratto nel 1959 un film di successo The Best of Everything regia di Jean Negulesco interpretato da Hope Lange, Diane Baker, Suzy Parker, Stephen Boyd, Louis Jourdan e una magnifica Joan Crawford.

Autore: Rona Jaffe

Titolo: Il meglio della vita

Editore: Beat

Anno di pubblicazione: 2012

Prezzo: 9,00 Euro

Pagine: 560

Un gran libro ritrovato: Stoner

scritto da Michele Lupo il 26 marzo 2012

stoner-faziVoglio dirlo subito, uno: non è per niente facile scrivere come John Williams, sebbene a uno sprovveduto potrebbe capitare di pensare il contrario. Due: non lo è nemmeno scrivere del suo gran libro, Stoner, tradotto ora da Fazi, pubblicato per la prima volta nel 1965, in seguito consegnato all’oblio, fino alla riedizione del 2006 dalla New York Review Books. Leggi tutto »

“Non vado di fretta”

scritto da Chiara Pieri il 26 marzo 2012

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Una storia d’amore che è anche romanzo di formazione. L’esordiente napoletana Valeria Venturi in Non vado di fretta (Photocity, 2011) racconta con passione le vicende di Francesca e Gianluca, che dai banchi di scuola arrivano agli anni della maturità, scoprendo che non sempre il sentimento basta a colmare le differenze, ma che talvolta il ricordo del vissuto può essere più importante del presente.

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“La casa di vetro”

scritto da Alessandra Stoppini il 23 marzo 2012

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Nelle prime righe dello struggente romanzo La casa di vetro di Simon Mawer (Beat 2011) l’antica proprietaria della Glass House dopo trent’anni tornava a visitare la dimora che si trovava in cima a una ripida collina situata ai margini della immaginaria città di Mesto nella Repubblica Ceca. “Oh siamo arrivati. Lo capì subito, anche dopo tanto tempo”.

Liesel Landauer ormai anziana e non vedente “era a casa” e con il ricordo indovinava le pareti “i pannelli di palissandro di fronte a lei e, sulla sinistra la scalinata che scendeva in soggiorno”. La Landauer House rimasta a dominare dalla sua “prospettiva magnifica” la città che si stendeva ai suoi piedi ora sembrava sospirare di gioia, felice di rivedere la sua vecchia padrona dopo anni di degrado. Le pareti di vetro della casa, considerata un’opera d’arte concepita dalla mente innovatrice dell’architetto tedesco Rainer von Abt, erano state spettatrici di tanti avvenimenti orribili e dolorosi dopo che i Landauer nel ‘38 erano riparati in Svizzera per sfuggire alla minaccia nazista. “… un giorno varcheranno semplicemente la frontiera”. Imperterrita l’abitazione era sopravvissuta a un incendio, a un’infiltrazione d’acqua su di una parete, alla caduta accidentale di una bomba e cosa ancora più terribile all’abbandono. Casa Landauer era stata testimone dell’esistenza dorata di Viktor e Liesel, dei loro figli Ottilie e Martin, dei loro amici come la spregiudicata Hana, la quale si era fatta ritrarre senza veli a 19 anni da Tamara de Lempicka, e di quella élite artistica e finanziaria che legava allora la Germania alla Cecoslovacchia. Adesso l’elegante edificio era diventato un museo, compreso der Glasraum la stanza/spazio di vetro dove le vetrate si mutavano in specchi “producendo un duplicato della stanza sullo sfondo della notte”. In questo modo “la rifrazione si fa intuizione” amava pronunciare von Abt. “L’essenza della stanza di vetro è l’idea di ragione” perché per Victor incarnava “la pura razionalità dei templi greci, l’austera bellezza di un’opera perfetta, la grazia e l’equilibrio di un dipinto di Mondrian”.

The Glass Room pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2009 e riedito nel 2011 da Beat, marchio editoriale indipendente specializzato in edizioni tascabili di qualità, è la rappresentazione del destino di un Paese, la Cecoslovacchia, attraverso sessant’anni dallo splendore degli anni Trenta fino all’inarrestabile decadenza sotto il regime stalinista. L’autore inglese per redigere il suo capolavoro si è ispirato alla sorte di Villa Tugendhat, famosa costruzione in vetro e acciaio progettata negli anni 1929/30 da Mies van der Rohe per l’industriale tessile Fritz Tugendhat e sua moglie Greta, che si trova a Brno in Cecoslovacchia. Doloroso, infatti, il percorso storico della dimora divenuta nel corso del tempo da abitazione privata a sede di esperimenti genetici sotto il nazismo, centro fisioterapico per bambini malati e infine museo. Nel 2002 la prestigiosa costruzione è stata iscritta nell’elenco degli edifici e dei luoghi Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. “Questo romanzo è un’opera di fantasia, ma non lo sono la casa e la sua ubicazione. Il mio camuffamento non riuscirà ad ingannare chi conosca l’edificio su cui ho modellato la Landauer House o la città che si nasconde dietro il nome di Mesto”. Partendo dunque da una vicenda reale Mawer torna indietro nel tempo al 1929 quando la coppia di giovani sposi Viktor e Liesel erano partiti per il loro viaggio di nozze a bordo di una Landauer 80 cabriolet, lussuosa auto “di un bel bianco panna” prodotta dall’azienda di famiglia dello sposo, erede di un impero industriale che produceva automobili e motociclette. Vicktor di origine ebraica ma non praticante e Lise proveniente da una famiglia dell’alta borghesia tedesca erano una coppia moderna, all’avanguardia per i tempi, amanti delle novità, autentici innovatori. Avevano già in mente la casa dei lori sogni “una casa tutta per loro”, una dimora che non esisteva ancora. Durante il viaggio di nozze a Venezia gli sposi alloggiati al Royal Danieli avevano conosciuto l’architetto von Abt che aveva proposto loro la costruzione di una casa moderna, avveniristica, in acciaio e vetro. “Mi avete chiesto di progettarvi una casa e lo farò. Ma tutto ciò che posso darvi è pura forma, senza ornamenti di sorta”. L’architetto desiderava offrire ai Landauer “uno spazio di vetro” da abitare, Glasraum dove l’unico orpello sarebbe stato lo spazio infinito, nel quale la luce si sarebbe riflettuta infinite volte. Uno spazio trasparente, una casa perfetta con un arredamento minimalista, inaugurata nel 1930, che sarebbe stata in grado di celare le riflessioni di chi vi abitava, i tradimenti e i desideri inconfessabili. La purezza e la perfezione del vetro si sarebbe confrontata con l’imperfezione degli esseri umani. Appare questo il tema centrale di un romanzo coinvolgente ed affascinante. Quella casa sulla collina sarebbe stato il simbolo delle speranze della Cecoslovacchia allora l’unica democrazia liberale nel centro del vecchio continente, presto mira del folle disegno criminale di Adolf Hitler. “Non piangeva solo per la splendida casa sulla collina di Mesto, ma anche per la sua vita perduta, per l’amore svanito, perché il suo mondo era altrove e le sembrava di vivere la vita di qualcun altro, un’altra realtà, uno strano sogno sospeso sull’orlo di un incubo”. Ma nessuna guerra mondiale e nessun stravolgimento avrebbero fatto mai fatto scordare a Liesel Landauer la casa di vetro, perché “le cose non si dimenticano, si ripongono soltanto”.

Simon Mawer è nato in Inghilterra. Ha vissuto a lungo a Cipro e a Malta. Ora vive in Italia con la moglie e i due figli. È autore di altri sei romanzi, tra i quali Mandel’s Dwarf, che ha concorso per il Booker Prize e The Fall, che ha vinto il Boardman Taker Prize.

La casa di vetro è tradotto da Massimo Ortelio.

Autore: Simon Mawer

Titolo: La casa di vetro

Editore: Beat

Anno di pubblicazione: 2011

Prezzo: 10,00 Euro

Pagine: 441

“Gli studenti di storia”

scritto da Redazione il 22 marzo 2012

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Otto studenti si preparano per l’ammissione all’università. I giovani neo-diplomati di una scuola superiore di Leeds, per una brillante idea del preside, dovranno accedere al corso di laurea in storia di Oxford. Tre professori li seguiranno passo passo nel loro apprendimento. È proprio durante questo corso propedeutico, ambientato negli anni Ottanta, che l’autore Alan Bennett ha deciso di scrivere Gli studenti di storia (Adelphi, 2012), commedia in due atti.

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“Il buon inverno”

scritto da Sara Meddi il 21 marzo 2012

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Il buon inverno è un romanzo che richiama le atmosfere tese e sottilmente inquietanti dei thriller di Alfred Hitchcock e la suspense dei romanzi gialli più classici. Con una maestria pari a quella di Agatha Christie in  Dieci piccoli indiani e di Edgar Allan Poe in I delitti della Rue Morgue Tordo costruisce una trama che è un “enigma a camera chiusa” dei più brillanti. Un marchingegno narrativo dove i delitti si consumano in un ambiente chiuso e circoscritto così che tutto il romanzo diventa un’indagine psicologica per smascherare l’assassino e guadagnarsi la sopravvivenza.

Uno scrittore portoghese, zoppo come il dr. House, precocemente disilluso e ipocondriaco, parte per partecipare a incontro letterario a Budapest senza nessun altra pretesa se non quella di ricevere un po’ di soldi. Lì conosce Vincenzo Gentile, uno scrittore italiano che viaggia in compagnia della sua fidanzata, e Nina, agente letteraria di un famoso scrittore inglese il cui ultimo romanzo diventerà presto un film. Al contrario del protagonista Vincenzo è eccentrico ed energico e lo convince a lasciare l’Ungheria per l’Italia.

La meta è Sabaudia, dove si trova la residenza estiva di Don Metzger , celebre produttore cinematografico con la passione per le mongolfiere. La casa, “Il Buon Inverno”,  è lussuosa, isolata e discreta. Lì si aggregano al gruppo il regista Roger Dromant, la moglie Stella e l’attrice Elsa Gorski. Per questo insieme di personaggi gretti e arrivisti l’attesa dell’arrivo di Metzger  diventa un’occasione per stordirsi nell’alcool e negli eccessi.

A dare una scossa a questa sospensione del tempo e della coscienza dal pieno spirito decameroniano arriva la scoperta del cadavere di Metzger. Da questo momento in poi il luogo che rappresentava le ambizioni e le brame di riscatto di tutti loro si trasforma in una prigione. Andrés Bosco, costruttore di mongolfiere bramoso di vendetta, si nasconde nella foresta nell’attesa della confessione dell’assassino. Pena della mancata confessione è la morte per tutti loro.

In questo clima sempre più grottesco e colorato da tinte horror gli ospiti della villa iniziano a muoversi come animali braccati. Messi a nudo nelle loro fragilità e sull’orlo di un crollo di nervi tutti sono pronti a dare il peggio di loro stessi. Con lo spettro di Bosco e del suo fucile, e delle scorte sempre più esigue ha così inizio un sottile gioco mentale per la conservazione.

Non andiamo oltre per non rovinare la lettura a chi vorrà addentrarsi nel romanzo, ma alla fine la menzogna e verità della letteratura si intrecciano e così si giunge alla domanda che diventa forse la maggiore fonte di inquietudine una volta chiuso il libro.

La verità può esistere nella finzione letteraria?

João Tordo è nato a Lisbona nel 1975. Dopo la laurea in Filosofia ha studiato giornalismo e scrittura creativa a Londra e a New York. Nel 2001 ha ottenuto il Young Talents Literature Award a Lisbona, città nella quale attualmente vive e lavora come giornalista, e nel 2009 il Premio José Saramago per As três vidas (2008). Oltre che di Il Buon Inverno è autore di Hotel Memória (2007). Le sue opere sono pubblicate in Francia, Brasile e Croazia.

Autore: João Tordo

Titolo: Il buon inverno

Editore: Cavallo di Ferro

Anno di pubblicazione: 2011

Prezzo: 16,50 euro

Pagine: 290

0111 Edizioni: “I giorni di Insomnia”

21 maggio, 2012