Racconti di Elizabeth Gaskell

Antonella Stoppini

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Racconti di Elizabeth GaskellRacconti (Edizioni Croce 2017) di Elizabeth Gaskell raccoglie la narrativa breve di una delle migliori scrittrici dell’Ottocento inglese. Nel volume, che mette insieme dieci racconti finora mai tradotti in italiano, traspare tutta la modernità di una grande autrice capace di affascinare generazioni di lettori.


La Gaskell, con il suo stile scorrevole e partecipato, da acuta osservatrice della stagione vittoriana, ha saputo narrare non solo il moto del cuore dei suoi personaggi ma anche la condizione femminile e l’alienante vita condotta nelle fabbriche inglesi dell’epoca vittoriana, senza omettere le nitide descrizioni dell’incantevole paesaggio inglese.

Nell’Introduzione al testo Anna Enrichetta Soccio scrive che “Elizabeth Gaskell è oggi un classico della letteratura europea. Non tanto perché i suoi romanzi e i suoi racconti costituiscono un affresco avvincente e minuzioso della società inglese dell’Ottocento e dei cambiamenti che la Rivoluzione industriale ha operato sull’episteme coeva, quanto perché, come dice Calvino, più si leggono e più “si trovano nuovi, inaspettati, inediti”.

Tra i dieci racconti presenti nella raccolta ne scegliamo due.
L’eroe del sagrestano. (1847). “Il sole pomeridiano emanava i suoi caldi raggi sul sagrato erboso. Noi sedevamo ai piedi di un vecchio tasso, sotto al quale si creava un cerchio d’ombra, reso ancora più scuro dal contrasto con la bella giornata luminosa”. In una bella giornata estiva, due amici si godevano un meritato riposo nel giardino di una canonica ma le loro menti non oziavano per nulla. Infatti, uno dei lussi concessi dalle vacanze è che i pensieri non vengono interrotti bruscamente da intromissioni esterne o dalla consueta frenesia. “Allora, come definiresti un eroe? chiese uno dei due interlocutori all’altro”. Quel giorno questo era l’argomento da dibattere. Jeremy aveva risposto: “La mia concezione di eroe è quella di un uomo che agisce fino ad arrivare alla più alta idea di senso del dovere che è in grado di realizzare, non importa a quale prezzo”. La loro discussione era stata interrotta da una terza voce, quella del sacrestano della canonica. “Probabilmente non ho ben compreso il senso delle vostre parole, signori, tuttavia da quel che sono riuscito a intuire, penso che entrambi avreste definito il povero Gilbert Dawson un eroe. Ad ogni modo” disse il sacrestano, assieme a un lungo sospiro, “ho ben motivo di pensare che sia così”. L’uomo aveva iniziato a raccontare la storia di Dawson e il motivo per il quale secondo il sacrestano l’uomo poteva essere considerato un eroe.

Una visita a Eton. (1857). «Ho una gran voglia di vedere Eton» disse il mio amico F***, una mattina, mentre eravamo seduti a colazione al vecchio University Club”. Il narratore tornava dopo alcuni anni a Eton, una delle università più prestigiose del Regno Unito, dove si sono formate generazioni di statisti, intellettuali e personalità della vita civile e religiosa inglese, per mostrare al suo accompagnatore i valori veicolati da quel tipo di insegnamento. “Siamo entrati nel cortile della scuola, non si vedeva un’anima viva, né si udivano rumori”. Si potevano scorgere i bellissimi olmi secolari che circondavano i campi da gioco, con il nobile Tamigi. I due visitatori avevano visitato la cappella dalle finestre in cui erano state montate delle vetrate colorate realizzate grazie alle donazioni dei ragazzi di Eton. Dalla cappella erano passati alla scuola superiore, una bella stanza impreziosita con i busti dei membri più illustri di Eton. Infine ad ascoltare il dibattito all’Eton Society. “Quello che mi ha colpito maggiormente, però è stato il fatto che i ragazzi sembrino tutti dei gentiluomini”. L’ex universitario aveva spiegato che “vi è un certo je ne sais quoi in un uomo di Eton che lo contraddistingue ovunque egli vada e che lo etichetta all’istante come gentiluomo. Questo spiega, in un certo qual modo, quella specie di fratellanza che si instaura fra tutti i residenti di Eton, presenti o passati, che li vuole tutti figli di una madre comune”. Anche dopo la fine del proprio percorso di studi.

Elizabeth Cleghorn Gaskell (Londra 1810 – Holybourne 1865), orfana di entrambi i genitori, crebbe nel piccolo centro rurale di Knutsford e a ventuno anni sposò William Gaskell, ministro della Chiesa Unitaria, col quale si trasferì a Manchester. Nel 1845 la morte dell’unico figlio maschio la spinse, spronata dal marito, a cercare sollievo al dolore nella scrittura del suo primo romanzo, Mary Barton. Quella che era nata come distrazione diventò ben presto una vera e propria vocazione letteraria: l’osservazione della realtà di Manchester la stimolò a descrivere la vita drammatica del proletariato urbano e la tensione fra le classi. Per la rivista di Charles Dickens – «Household Words» – scrisse una serie di bozzetti sulla vita rurale inglese all’inizio dell’Ottocento. Amica di molti scrittori e intellettuali del suo tempo, strinse un forte legame con Charlotte Brontë. I suoi ultimi lavori furono invece ambientati nei luoghi dell’infanzia e del ricordo, come ad esempio nel romanzo breve Mia cugina Phillis o in Mogli e figlie, interrotto a causa del sopraggiungere improvviso della morte.

Autore: Elizabeth Gaskell
Titolo: Racconti
Editore: Edizioni Croce
Anno di pubblicazione: 2017
Prezzo: 21,90 euro
Pagine: 336

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Antonella Stoppini

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