Crepuscolo

Michele Lupo

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CrepuscoloE così, Victoria Roubideaux abbandona i poveri fratelli McPheron. L’avevano accolta nella loro malandata fattoria quando lei si era ritrovata fuori casa, cacciata dalla madre, furiosa per la sua scandalosa gravidanza (Victoria aveva solo sedici anni e non aveva un uomo con cui condividere gioia e fatiche portate dalla piccola Katie).


Ora, all’inizio di Crepuscolo, capitolo finale della bella Trilogia della pianura di Kent Haruf, Victoria, che ai due vecchi vuole un gran bene, ha deciso però di dare una sterzata alla sua vita. Se ne va via, bambina al seguito naturalmente, lontano da Holt, l’immaginaria città del Colorado inventata da Haruf, vuole studiare all’università. Inutile dire che le poche pagine di questo incipit ribadiscono la straordinaria bravura di Haruf: la sempre più rara capacità di dire – mostrare – cose minime, primarie, domestiche (l’amarezza malinconica di un addio, la dignità virile e affettuosa insieme del doverlo accettare, la paura del cambiamento) con una semplicità apparente che solo un lettore assai occasionale potrebbe scambiare come elementare.

Invece Haruf, concludendo la sua Trilogia fa riemergere – voce corrente fra scrittori più o meno affermati – una tutt’altro che livida invidia per il suo talento (più una quieta, ammirata gratitudine per la sua lezione, in effetti, difficile da imitare proprio per la sua apparente semplicità, come se la tecnica non fosse un problema: tono e cadenza la oltrepassano, non vedi trucchi, è tutto rotondo, in rilievo, scolpito, duro quando occorre e sentimentale insieme ma senza fronzoli: voleva andare “vicino all’osso” ha detto Haruf da qualche parte, prima di morire nel 2014). Che si tratti di dialoghi o descrizioni poco cambia. Zero retorica e un controllo della materia fuori del comune che però – e questo conta – emoziona il lettore. Difficile trovare qualcuno cui imparentarlo (nemmeno il paragone con C. McCarthy persuade più di tanto – il richiamo a Cechov invece è dell’autore stesso). In Italia, nessuno.

In quest’ultimo capitolo della Trilogia (anche se sembra prossima un’altra traduzione italiana che ha per sfondo la contea di Holt) Haruf, accanto ai fratelli improvvisamente orfani del piacevole casino procurato da Victoria e figlia, tentati dall’idea di mollare il ranch al suo destino, ci presenta storie nuove, come ad esempio quella di DJ, un ragazzino orfano che fa da balia al nonno; o l’altra di una donna che viene lasciata sola con le sue bambine da un altro uomo. E altri adulti meno pacifici che procurano problemi ai bambini. S’intrecciano dunque, ancora, le età della vita, senza certe categorie sociologiche, astratte tassonomie generazionali o tipizzazioni concettuali che ammorbano spesso la letteratura occidentale – del resto, Haruf non scrive di intellettuali.

Qui si tratta di vite basiche, di convivere con il sudore (del lavoro) e il dolore (del distacco, della violenza, degli affetti imperfetti) e tentare, anche da vecchi, la sola cosa possibile: ricominciare ogni giorno. E cambiare drasticamente, se serve.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize. NN Editore pubblicherà tutti i libri della trilogia ambientata nella cittadina di Holt.

Autore: Kent Haruf
Titolo Crepuscolo
Traduzione: Fabio Cremonesi
Editore: NN Editore
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 315
Prezzo: 18 euro

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Michele Lupo

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