Divi

Michele Lupo

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Divi. La mascolinità nel cinema italianoC’era una volta il maschio latino – e la sua versione italica, volta per volta fanfarona, furbesca, malinconica. Oppure compressa in una virilità antica ma esplosiva, non sempre emotivamente controllata, tanto adatta allo stereotipo machista nella figura di Amedeo Nazzari da fargli meritare nel 1982 la fama di “italiano ideale”.


Ma: se un tratto costitutivo del divismo italiano è tracciato dal bisogno di “fare bella figura” e da una certa idea di fisicità, è anche possibile che accampi in una stessa personalità pretese di cultura aulica com’è nel “divo carismatico e loquace” Vittorio Gassman, afflitto da “un’incontinenza verbale” molto teatrale (talvolta a sproposito, aggiungerei, specie come lettore di versi). Cui si potrebbe opporre l’understatement di un divismo paradossale, fondato sul tipo dell’antieroe (peraltro dentro una nobile tradizione novecentesca, più letteraria che cinematografica).

E’ il caso di Marcello Mastroianni, interprete di un divismo assai poco hollywoodiano. Il paradosso è in buona compagnia, vista una facile constatazione: quanto sembra connaturata la figura del divo all’attore italiano, almeno fino a un paio di decenni fa – sulla grandezza assoluta di un Toni Servillo avremmo qualche dubbio –, tanto latita una vera bibliografia di studi sull’argomento. Come se la faccenda venisse data per scontata fino al punto di eluderla. Consideriamo poi che la patria del divismo attoriale è proprio l’Italia – senza che questo paese avesse mai disposto di una vera industria cinematografica, o almeno di una macchina dello star system – e la bizzarria del quadro appare completa. Da qui muove il volume Divi. La mascolinità nel cinema italiano di Jacqueline Reich e Catherine O’ Rawe (Donzelli Editore), che, attraverso una “pluralità di campi disciplinari quali l’antropologia, la sociologia, la storia e la teoria del cinema, gli studi di genere, la semiotica, gli studi su divismo e celebrità nonché la riflessione sui media digitali”, cerca un approccio sistematico all’argomento.

Le due studiose anglosassoni lavorano sia sul piano dello sviluppo storico che sulle tipologie più comuni del divismo maschile italiano. Che non esclude il teatro ottocentesco, specie nella versione del melodramma, per attraversare i decenni del muto e chiudere con alcuni attori esemplari. Dal De Sica – limitatamente al suo lavoro di attore – “ragazzo della porta accanto”, per tornare a Mastroianni e alla sua reiterata rappresentazione dell’inetto (dal regista in crisi di 8 e mezzo, allo scrittore mancato de La dolce vita, dall’omosessuale antifascista di Una giornata particolare all’impotente Bell’Antonio di Bolognini).

Mastroianni “è rimasto un’icona dello stile maschile italiano e allo stesso tempo ha rivelato i fallimenti di un latin lover ipermascolinizzato che ha incarnato con riluttanza”. Immagine lontanissima dalla storia di un Alberto Sordi, antieroe per eccellenza ma così italiano da escludere il côté poetico dell’attore alter ego di Fellini e antitetico al tipo dell’attore civile alla Volonté. Oggi c’è Scamarcio, peraltro assai simpatico, ma non c’è bisogno di rievocare gli apocalittici di Umberto Eco per perplimersi sui tempi che corrono.

Jacqueline Reich è Professor e Chair presso il Department of Communication and Media Studies alla Fordham University di New York. Si occupa di cinema italiano, cinema italo-americano, dei rapporti tra moda e cinema, e della rappresentazione del corpo maschile nella cultura visuale del Novecento in Italia e negli Stati Uniti. Tra le sue opere: Beyond the Latin Lover: Marcello Mastroianni, Masculinity, and Italian Cinema (Indiana University Press, 2004) e The Maciste Films of Italian Silent Cinema (Indiana University Press, 2015).

Autori: Jacqueline Reich e Catherine O’Rawe
Titolo: Divi. La mascolinità nel cinema italiano
Editore: Donzelli
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 154
Prezzo: 21 euro

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Michele Lupo

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