Ore d’ozio di un monaco ex cortigiano

Michele Lupo

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ore-dozioUn passatista Kenkō Hōshi, l’autore di Ore d’ozio, ora in una traduzione  a cura di Adriana Boscaro per Marsilio dopo una precedente versione adelphiana.

Un passatista, ci dicono gli esperti di cultura giapponese, non a torto, visto che l’opera – se è lecito definirla così – scritta fra il 1330 e il 1332 guarda agli splendori non più ripetuti di qualche secolo prima, modelli il Genji monogatari di Murasaki Shikibu o il Makura no sōshi di Sei Shōnagon. Modelli letterari ma non solo, visto che l’ex uomo di corte e poeta Kenkō, intrapresa la via monacale del buddismo, delinea in 243 piccoli capitoli varie idee sul modo di stare al mondo, sull’essere umano e in definitiva su “ogni pensiero che mi passa per la mente”. Centrato  su una costante però, non originale va da sé: la volgarità dei tempi correnti nei quali neppure le torture cari miei sono quelle di una volta…

La provenienza cortigiana di Kenkō lascia tracce evidenti nonostante sia per la forma frammentaria – il genere zuihitsu, una modalità di espressione che rifiuta il finito, una scrittura “senza una trama ben definita” come ricorda la curatrice e dunque ben lontana dal genere trattatistico – sia per le cose che dice non possa essere letto come un omologo dei noti trattati europei – ossia italiani – del Rinascimento. V’è in comune con il nostro Castiglione ma in una versione forse più timida e compassata, quale ci aspetteremmo da un concentrato esemplare del mood giapponese, una certa idea di sprezzatura e di moderazione, non dimentica peraltro della differenza fra nobili e parvenu e contraria a qualsivoglia mésaillance.  Kenkō però disdegna la vita militare specie se improvvisata da monaci che dovrebbero pensare a tutt’altro e se pretende di essere una via per acquisire potere nelle corti – cose che in effetti rispetto al passato da lui idealizzato stava avvenendo. Questo Tsurezuregusa è ancora letto nelle scuole giapponesi come “parte del corso di lingua classica” – non sappiamo quanto come vademecum per dir così esistenziale. In fondo si tratta dei pensieri di un monaco, prudentissimo rispetto alle faccende amorose  nonostante le voci di un presunto libertinismo (che ce lo renderebbe più simpatico)  il suo maschilismo le lettrici lo considererebbero molto poco temperato visto che non si trattiene dallo scrivere che “le donne, radicate nel loro egocentrismo (…) sono pronte ad abbandonarsi alle loro illusioni”; e ancora  “possono apparire incantevoli e affascinanti solo quando, in balia della passione, si soccombe allo loro natura”; attratto dalla solitudine, dedito alla semplicità, sospettoso verso la ricchezza, infastidito dal “troppo”: “troppi oggetti personali, troppe immagini di Budda, troppi figli e nipoti, troppe chiacchiere” – difficile dargli torto. Poi si potrebbe pensare che per un monaco non sia difficile domandarsi, retoricamente, “Qual è mai lo spirito di chi non sopporta il vuoto di giorni inoperosi?”. Ma dove sta scritto che abbia torto?

 

Kenkō Hōshi  Poeta e saggista giapponese (Kyoto 1283 circa – ivi 1352).

 

Autore: Kenkō Hōshi

Titolo: Ore d’ozio

Editore: Marsilio

Traduzione:  Adriana Boscaro

Pag:  218

Euro: 15,00

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Michele Lupo

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