Registi fuori dagli scheRmi

Michele Lupo

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il-film-in-cui-nuoto-e-una-febbreDal trimestrale online di critica cinematografica uzak.it prende l’abbrivo il volume collettaneo “Il film in cui nuoto è una febbre, curato dal direttore della rivista, Luigi Abiusi. Rivista e libro muovono dalla stessa idea portante di uno sguardo critico posato su esperienze cinematografiche che il dio-mercato consegna spesso a una sofferente marginalità, quando non alla totale invisibilità.

Si tratta, va da sé, di un cinema che con tutte le articolazioni linguistiche ed espressive possibili non si concede facilmente a una resa commerciale corriva pur non essendo privo in diversi casi di una sua appetibilità estetica niente affatto insensibile al mero godimento (ma v’è ancora in giro chi trova ostica l’atonalità temperatissima di Alban Berg…)

Fatta la tara a certa inveterata pigrizia del pubblico, gli estensori di questi brevi saggi vi direbbero che a monte è perentoria e dogmatica la chiusura del mercato, il suo schiacciamento su visioni pre-confezionate, come a cullare stupidamente (cinicamente?) un immaginario popolare in persistente rinculo creativo, addomesticato, inerte.

Nei dieci registi qui presi in esame si cercano punti di svolta, deviazioni, intermittenze più o meno significative. Un’idea di cinema poco blockbuster, declinata in maniera eterogenea e che accomuna, chi più che meno, nomi colpiti dalla stessa non richiesta malattia, quella dell’invisibilità appunto (che parlando di cinema – di visioni – non è male: si tratta di materia che facilmente potrebbe diventare leggendaria). Dal filippino Lav Diaz al greco Giorgios Lanthimos, da Davide Manuli, il cui Beket circolò per qualche settimana in alcune sale italiane ma si era in quattro a vedere a due passi dal Tevere, alle narrazioni più strutturate di Olivier Assayas.

Ora, se è vero che certi film bisogna andarseli a cercare perché il “mercato” difficilmente s’incarica di metterli in circolazione, occorre aggiungere che il soffocamento culturale in Italia in questi anni è apparso più esiziale che altrove (non foss’altro che per le ovvie ragioni dovute a un potere economico-politico che coincide(va?) con la stessa, letterale costruzione di immaginario) per cui di alcuni dei dieci nomi di cineasti qui proposti è difficile reperire persino dvd.

Provate per esempio a cercare da noi Lisandro Alonso: vi serve Amazon. Chi è? Una firma di punta del nuovo cinema argentino nella cui opera mi pare centrato un po’ il cuore nevralgico di questi saggi. Che viene individuata in una sorta di oltranza dell’immagine. S’intende, l’immagine che tenta di oltrepassare ogni limite insito alla sua confezione. Che non vuol dire tanto o solo sfondare banalmente la “cornice” che la inquadra, la de-finisce e chiude, quanto dare la caccia al concepibile (visivo) che essa stessa non può esaurire; come dire, l’estremo, tentativo di ogni realismo: paradosso meno impervio di quanto potrebbe apparire. Su una linea che Abiusi colloca dentro un possibile tracciato Bazin-Rossellini.

Più noto, e decentrato rispetto alle nozioni di cui sopra, il thailandese Apichatpong Weerasethakul, vincitore al Festival di Cannes 2010 con Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, esempio di un cinema che mescolando passato e presente, memorie, sogni e “realtà” mira alla realizzazione di un’opera che formalmente conclusa sembra però invitare lo spettatore ad addentrarsi in un tempo non lineare che scompagina anche il distacco fra esperienza della visione e, di nuovo, “vita reale”.

Di impatto brutalmente diverso il cinema di Ulrich Seidl, che il pubblico italiano ricorderà per un film implacabile come Canicola, rilettura terrificante, con un aggravio di sudata e asfissiante violenza materiale, della impietosa diagnosi di T. Bernard sulla fine della borghesia austriaca, vale a dire europea. Laddove chi scrive trova molto meno convincente, a tratti persino goffo un film come Twentynine Palms di Bruno Dumont, il solo nome fra i presenti avvezzo a platee più ampie, a suo agio anche fra videoclip e spot pubblicitari e artefice di un cinema imprevedibile è quello del terzo francese della rassegna, Michel Gondry. Non vi dice niente?

C’è almeno un titolo che molti ricorderanno: Se mi lasci ti cancello. Sempre questione di c’è-non c’è, vedo-non vedo.

Saggi su Lisandro Alonso di Luigi Abiusi, Olivier Assayas di Simone Emiliani, Lav Diaz di Gianpiero Raganelli, Bruno Dumont di Alessandro Baratti e Giulio Sangiorgio, Michel Gondry di Grazia Paganelli, Yorgos Lanthimos di Michele Sardone, Davide Manuli di Gemma Adesso, Kelly Reichardt di Sara Sagrati, di Matteo Marelli, Apichatpong Weerasethakul di. A cura di Luigi Abiusi. Postfazione di Roberto Silvestri.

Autore: Luigi Abiusi (a cura di)

Titolo: Il film in cui nuoto è una febbre. Registi fuori dagli scheRmi

Editore: CaratteriMobili

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 165

Prezzo: 15 euro

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Michele Lupo

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