“Limbo”: Intervista a Melania G. Mazzucco

Alessandra Stoppini

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Il termine Limbo, dal latino limbus, indica una condizione d’incertezza simile a quella nella quale le anime in pena dantesche aspettano vanamente e inutilmente la grazia girando in tondo. In questa fase intermedia, di attesa si trova Manuela Paris protagonista di Limbo (Einaudi 2012) di Melania G. Mazzucco, settimo romanzo della scrittrice romana dal forte impatto emotivo ed emozionale.

Il maresciallo Paris appartenente al 10° reggimento alpino di fanteria è reduce da una missione di pace nel “territorio ostile” dell’Afghanistan “labirinto inospitale di polvere e pietre”. L’ex comandante del plotone Pegaso “responsabile di trenta uomini”, la vigilia di Natale ritorna a casa a Ladispoli piccola cittadina sul litorale laziale dove “non succede mai niente”. Ferita nel corpo “cammina incerta appoggiandosi alle stampelle d’acciaio” e nell’anima, un attentato in terra afghana l’ha quasi uccisa mentre ha visto morire i suoi uomini, la ventisettenne Manuela è preda di incubi notturni e soffre di DPTS disturbo post – traumatico da stress. “Si sente come uno dei vecchi piatti di ceramica del servizio buono di casa Paris. Tenuto insieme con la colla fa ancora la sua figura. Ma nessuno osa mangiarci”. La madre e la sorella Vanessa non sanno come aiutare l’animo sopravvissuto di Manuela che era fuggita dalla provincia e da una famiglia problematica che non poteva offrirle un futuro solo per intraprendere il mestiere delle armi con rabbia e determinazione. “Volevo mettermi alla prova crescere come persona e come militare”. Per il suo Paese il maresciallo Paris è “l’eroina italiana del momento”, ma la ragazza confusa e disperata si sente al confine tra due mondi: il ricordo bruciante della passata esperienza in Afghanistan e la vita attuale, in attesa di sapere quale sarà il suo destino in “una città che è stata sua ma non lo è più”. Per meglio sottolineare questa contraddizione l’autrice alterna i capitoli tra Live (il ritorno a casa) e Homework (il diario di Manuela sull’avventura in Afghanistan nella base operativa avanzata di Bala Bayat, chiamata Sollum, compito a casa ordinato dagli psicologi militari). Il personaggio della donna soldato Manuela Paris, che comprende subito in quello sperduto avamposto nella provincia di Farah quanto sia importante e “essenziale l’interazione con gli abitanti della zona”, è sicuramente una figura nuova nella tradizione letteraria italiana. “Andavamo a costruire il futuro del mondo”. Una figura reale, autentica dai capelli neri “rasati a spazzola” e dai grandi occhi “color cioccolato” nata dall’inventiva di Melania Mazzucco che sa cogliere il momento di stallo, di sospensione della sua eroina, quel deserto che Paris sta attraversando in un momento cruciale della propria esistenza. “Si è sottoposta a una terapia di disintossicazione dalle cose superflue”. Alla dolente, testarda e irriducibile Manuela sentiamo di rivolgere l’augurio degli alpini: “Occhio alla penna, Maresciallo Paris”.

La terra afghana, “paese nudo, essenziale” che conosceva solo colori primari e dove “prevaleva un giallo monotono e triste”, è simboleggiata dalla foto di copertina di Steve McCurry dove lo sguardo della ragazzina è la testimonianza della disillusione e dell’innocenza perduta della popolazione più giovane. In questo grande e lontano paese, che nessun esercito è mai riuscito a domare, vale il principio “le guerre non si vincono mai. La vittoria è conseguire il proprio obiettivo”. Limbo “è un romanzo. I personaggi e i fatti narrati sono frutto di invenzione”. Nonostante ciò questa storia romanzata che ha il raro privilegio di restare nella mente di chi l’ha letta è quanto mai attuale, moderna, specchio della società italiana contemporanea. L’ha scritto un’autrice che ama ascoltare musica mentre scrive e che, sembra impossibile, non ha mai visitato di persona l’Afghanistan fermandosi al confine con il Balucistan. Oltre non si poteva passare, perché c’era la guerra. “Passavano solo combattenti armati, medici, trafficanti di droga e contrabbandieri. Io contrabbando parole e sono passata – senza lasciare impronte sulla sabbia. Limbo è il mio viaggio”.

Volevo cambiare le cose, ottenere dei risultati”. Signora Mazzucco, quando lo scorso febbraio la incontrammo all’inaugurazione della mostra Tintoretto (1) ci rivelò che il Suo ultimo libro avrebbe avuto come protagonista “una donna militare, che comanda, qualcosa in più di un soldato… ”. La figura di una donna militare – non soltanto soldato ma sottufficiale con responsabilità operative – mi avrebbe permesso di adottare una prospettiva inedita per raccontare una guerra anomala e anch’essa nuova, che sovverte tutte le idee preconcette di guerra, l’opposizione amico/nemico, supporto/occupazione, e così via. Inoltre la letteratura, per quanto ne so, non si era mai occupata di un personaggio del genere. E tutto ciò che è inesplorato rappresenta uno stimolo e una sfida per me come persona e come scrittrice.

Mi aveva delegato anche i suoi sogni”. Quale tipo di rapporto lega Manuela alla sorella Vanessa? Come tutte le sorelle vicine per età e cresciute insieme, Manuela e Vanessa si amano più di quanto forse possono riconoscere. Si rispettano e si aiutano a vicenda, anche se non potrebbero essere più diverse, e l’una non condivide le scelte dell’altra. La loro madre considera una la figlia brava e l’altra la figlia sbagliata, ma loro non si vedono così. Non c’è competizione e Vanessa si augura che la sorella riesca nella vita, come crede che a lei non sarà concesso. Invece accade il contrario. E la normalità sbilenca di Vanessa insegna a Manuela ad apprezzare quel che le resta.

Io non ho bisogno di guardarti adesso perché ti conosco”. Che cosa hanno in comune Manuela e Mattia, l’uomo misterioso che alloggia nell’albergo di fronte l’abitazione della famiglia Paris? Sono entrambi reduci di guerre di cui non si parla – o che sembrano sempre riguardare solo gli altri. Si sono ritrovati – per ragioni diverse – sulla linea del fuoco. Si sono assunti le loro responsabilità. Hanno pagato di persona per le loro scelte. E si ritrovano soli. Ma tutti e due si ostinano a credere che dopo la notte possa tornare l’alba. Per questa loro affinità segreta (e inizialmente indicibile), sono destinati a comprendersi – e trovarsi.

Ha recentemente dichiarato che Limbo “radiografia emotiva di ciò che siamo” è un libro che parla della “memoria del corpo”. Desidera chiarire il Suo pensiero? I protagonisti di questa storia sono persone comuni e insieme speciali – come tutti, del resto. Potrebbero essere i nostri vicini di casa. Crediamo di conoscerli, non sappiamo nulla di loro. Vivono nel nostro paese, adesso. Le loro vite ci riguardano. Le loro esperienze potrebbero essere le nostre. Il termine radiografia l’ho usato perché indica una esplorazione profonda, che deve rivelare, come fanno i raggi X, ciò che si nasconde dietro la superficie e non si vede a occhio nudo. Ciò che in fondo fa sempre la letteratura. Mi sembrava appropriato per una storia in cui ci sono invece molte radiografie vere, e nella quale la protagonista Manuela porta nel corpo – con le schegge e le cicatrici – i segni indelebili del suo passato. Il corpo di ognuno di noi ha memoria, e dice sempre la verità.

A più di dieci anni dall’approvazione della legge 380 che ha dato il via libera all’ingresso delle donne nell’esercito, la presenza femminile nelle forze armate è del 3%, dove sono impegnate in tutti i settori sia logistici sia operativi. Ritiene che la società italiana si sia accorta di questi cambiamenti storici? Credo di no. La componente femminile delle Forze Armate viene ricordata sui mass-media come un elemento in qualche modo folcloristico, guadagna copertine e suscita curiosità, ma ho l’impressione che come scelta di vita susciti ancora diffidenza e spesso un’ironia retriva. Per me il personaggio del maresciallo Manuela rappresenta anche un’occasione per riflettere sui cambiamenti che nell’ultimo decennio hanno segnato la società italiana nel suo complesso, e non solo in ambito militare. Ma anche nelle istituzioni dello stato e nella società civile. Oggi molte donne esercitano una professione ritenuta maschile fino a poco tempo fa. E lo fanno in ruoli di responsabilità e talvolta al massimo livello. Siedono nei consigli di amministrazione di aziende, dirigono giornali, commissariati, ministeri. Insomma, hanno sfondato quello che viene definito dalla sociologia di genere “soffitto di cristallo”. Ma la strada è sempre impervia, e talvolta ho l’impressione che ciascuna debba ricominciare ogni volta da capo, come se l’esperienza di molte non riuscisse a fare tradizione, e consuetudine.

La fine della notte nera è bianca” recita un proverbio afghano che ha scelto di porre all’inizio del volume. Quale tipo di fascinazione ha per Lei l’Afghanistan? Una fascinazione duplice. Da un lato, è stato il paese storicamente più chiuso agli occidentali – che vi si sono potuto avventurare solo in brevi periodi di apertura delle frontiere. Come per esempio negli anni Trenta, quando vi si recò, alla guida della sua automobile Ford, Annemarie Schwarzenbach, la scrittrice e viaggiatrice cui ho dedicato il mio libro “Lei così amata”. Un viaggio difficile anche allora, tanto più per una donna – ma oggi addirittura impossibile. Dunque il paese dell’altrove per eccellenza – dove gli occidentali andavano a cercare di capire se esistesse un’alternativa al nostro modo di vivere (erano gli anni del nazismo e della distruzione dell’Europa). Dall’altro il paese di una libertà irriducibile. Un professore di storia dell’università di Kabul ha scritto che la caratteristica principale degli afghani è l’amore per l’indipendenza, e che essi possono sopportare miseria, sventura e rovina, ma non la perdita della libertà. Diversità e libertà: questo era per me l’Afghanistan – prima della guerra civile, dei talebani e del terrorismo.

(1) Melania Mazzucco ha curato i testi nei pannelli presenti lungo il percorso espositivo della mostra romana Tintoretto alle Scuderie del Quirinale (25 febbraio 2012 – 10 giugno 2012).

Melania G. Mazzucco è nata a Roma nel 1966. Si è laureata in Lettere presso l’Università La Sapienza di Roma e poi in Cinema presso il Centro Sperimentale di Roma. I suoi romanzi sono stati tradotti in 26 paesi: Il bacio della Medusa (Baldini Castoldi Dalai 1996), La camera di Baltus (Baldini Castoldi Dalai 1998), Lei così amata (Rizzoli 2000), Vita (Rizzoli 2003) Premio Strega 2003, Un giorno perfetto (Rizzoli 2005) da cui è stato tratto nel 2008 l’omonimo film di Ferzan Ozpetek, La lunga attesa dell’angelo (Rizzoli 2008) Premio Bagutta, e Tintoretto e i suoi figli. Storia di una famiglia veneziana (Rizzoli 2009) Premio Comisso. Nel 2011 ha ricevuto il Premio Letterario Viareggio – Tobino come Autore dell’Anno.

Autore: Melania G. Mazzucco

Titolo: Limbo

Editore: Rizzoli

Anno di pubblicazione: 2012

Prezzo: 20,00 Euro

Pagine: 473

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Alessandra Stoppini

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