“Nel nome del padre”. Poesie d’amore e di morte

Matteo Chiavarone

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Avevo conosciuto Marco Filippi, qualche anno fa, in quel luna park letterario che è il Salone del Libro di Torino, dove migliaia e migliaia di persone partecipano ad una collettiva catarsi culturale. Marco Filippi era l’autore dell’ennesimo libro di poesie che mi arrivava tra le mani: una copertina non bellissima, mi dispiace dirlo, e un titolo particolare, Il paroliere parolaio (Seneca, 2006), che nonostante fosse discontinuo da ogni percorso lirico tradizionale, aveva attirato la mia attenzione.

Poi tra le mani, in questi giorni, mi è arrivato un altro volume, Nel nome del padre (Arduino Sacco, 2011), e con piacere ho notato che in questi anni di quello stile asciutto e tagliente non s’era persa traccia, anzi.

Nei cinque anni trascorsi tra un libro e l’altro lo stile è rimasto lo stesso, o meglio s’è evoluto “imbastardendosi”, ed è un bene, con altri stili ed altri modelli.

Il desiderio che conduceva a piedi uniti al gusto di divertirsi scrivendo, al gioco linguistico, si è un po’ affievolito ma senza mai rischiare l’accademismo o l’esercizio di stile, bensì maturando una corporatura più solida, più efficace.

C’è anche più dolore, perché le poesie d’amore diventano di morte, o meglio diventano un qualcosa che sono gli uni e gli altri. C’è un giorno da ricordare, il giorno più lungo, il giorno più brutto: il giorno in cui si perde il proprio padre. C’è un ospedale, un’aria che non ha il sapore della vita, momenti felici da ricordare, momenti da dimenticare.

C’è una poesia che si porta dentro, spesso in nome di qualcosa, il più delle volte in nome di un dio minore. Stavolta è in nome di qualcuno, di quel qualcuno che ci ha dato la vita e molto altro: nel nome del padre, insomma, di quel padre a cui si chiede di non andare via. Non qui (nell’ospedale), ma lì (qui, nella poesia) si sopravvive (lui il padre, lui il poeta, il figlio).

Poesie d’amor(te) quindi (che poi spesso coincidono, amore e morte). E aggiungerei d’altre sciocchezze, riprendendo un titolo di un Guccini d’annata, anno 1996.

E le sciocchezze che sono vita ce ne sono molte: quartieri crocevia di anime, di trans, romani e rumeni (Pigneto); coscienze tra reality, fiction e false dirette (Il sonno della ragione); momenti da vivere insieme (Futuro); incazzature, paure, constatazioni amare (Confessione).

Bene, è un bel libro questo di Filippi. E lo ringrazio: le tre poesie, poste all’inizio, non sue ma del padre, sono un segno lucido di chi ha capito il senso del passaggio, il nostro, di tutti intendo, su questa terra e forse, anche ingenuamente, il significato di scrivere poesie.

Marco Filippi (Roma, 1980) poeta e paroliere. Ha partecipato a numerosi concorsi di poesia ottenendo riconoscimenti e pubblicazioni. E’ autore del libro “Il Paroliere Parolaio” (Seneca Edizioni, 2006).

Titolo: Nel nome del padre

Editore: Arduino Sacco

Anno: 2011

Pagine: 74

Prezzo: 10,90 Euro

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Matteo Chiavarone

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