L’epopea del “Libro di Mush”. Una chiave per guardare avanti

Matteo Chiavarone

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Capita di perdere tutto e capita di perdere una sola cosa, ma importante. Capita poi che nel ritrovarsi senza niente, in realtà ci troviamo con qualcosa di importante.

Potrebbe essere un oggetto, spesso, molto più spesso un sentimento. Potrebbe essere qualcosa che racchiude tutti e due o che ne so: è l’uno ma è anche l’altro.

Un oggetto che è un sentimento, individuale prima, collettivo poi. Un sentimento che racchiude una storia. Che sia nostra, quella storia, o di un popolo poco importa. Anzi no, importa moltissimo. Soprattutto quando quell’oggetto è un libro, o meglio ancora: un antichissimo libro cha va difeso con tutte le forze.

Un libro che pesa ventisette chili e mezzo, che poi ad immaginarcelo tra le mani, sugli avanbracci, diventano trenta. Ma bisogna essere precisi: si tratta di qualcosa di prezioso e le cose preziose, si sa, lo sono anche per i dettagli e questo libro di dettagli ne ha moltissimi (nella pancia frammenti di storia di un popolo, in superficie incisioni e miniature).

Così il Msho Charantir – illibro di Mush” per noialtri e per Antonia Arslan che ne ha scritto “l’ultima storia” – libro sacro armeno, attualmente esposto al Matenadaran nel Museo dei manoscritti antichi di Yerevan, appare tra le macerie di una città distrutta dalla furia turca.

Siamo nel 1915 e la memoria, la nostra memoria profondamente occidentale, ci conduce per mano alla guerra trincea, alla polvere e al sangue di ungarettiana memoria, all’entrata dell’Italia tutta nel conflitto mondiale, al logoramento di una lunghissima agonia.

E invece no: ci dobbiamo sforzare, e lo facciamo con piacere non solo letterario (anche se i meriti della Arslan sono notevoli e di più), e arrivare una terra che conosciamo poco, anzi per niente.

Perché l’Armenia è un punto nella cartina geografica, per rintracciarla ci vuole sempre una vista attenta, una mente preparata. Bisogna aver studiato, insomma.

Che Arslan abbia studiato è certo, ma ancor più certo è che lei da quelle parti ha le sue radici. Radici che si sono epifanizzate traducendo la poesia di Daniel Varuja, che è gran poesia davvero, e che si declinano in questo nuovo gioiello confezionato a dovere da chi, come Skira, di libri belli ne sa fare.

E le radici, queste radici, permettono all’autrice di raccontare e raccontarci. E il gioco funziona, eccome se funziona: ci troviamo scaraventati in una notte di giugno, ancora troppo umida. Sarà il lago di Van poco distante. Sentiamo l’odore di cenere e di morte, viene da dietro, dalle spalle. Sono cento, mille, centinaia di migliaia di donne, uomini, bambini sterminati.

Non sentiamo invece il peso di un popolo “sconfitto e umiliato”, non sentiamo il peso di un genocidio troppo poco ricordato dai libri di storia (quelli nostrani perlomeno), non sentiamo di far parte di un mondo altro. La leggenda ci conduce fuori, perché la leggenda è mito ma anche storia in quanto racconto.

E accettiamo tutto: quello che non sappiamo per ignoranza e quello che non sappiamo perché non vogliamo sapere. E così in pagine di rara bellezza, poesia cristallina, quella che solo le voci d’oriente sanno trasformare in condivisa stereofonia, siamo lì, mente e corpo ad osservare.

Ed osserviamo creature meravigliose, titani, eroi ed eroine (soprattutto) presenti e in pectore. La fine non si può aspettare sempre cantando. Per il domani c’è bisogno dell’oggi e non esiste presente senza memoria. Il libro di Mush va salvato, eccome se va salvato.

E non c’entrano nulla le omelie che contiene: i motivi sono da cercare altrove, in altra storia. Onore ad Anoush e Kohar, alla loro forza, alla loro resistenza. Onore all’Armenia e al libro-talismano per “restare insieme”. Onore, perché no, anche alla scrittrice, che è Scrittrice veramente, di un volume, questo, che godibilmente ho letto e che a malincuore ripongo in libreria.

Antonia Arslan, scrittrice e saggista di origine armena, ha insegnato per molti anni Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. Ha ritrovato le sue radici traducendo la poesia di Daniel Varujan (Il canto del pane, 1992). Ha pubblicato nel 2004 il bestseller La masseria delle allodole (tradotto in tutto il mondo e portato sullo schermo dai fratelli Taviani nel 2007), seguito da La strada di Smirne (2009). Nel 2010 è uscito Ishtar 2. Cronache dal mio risveglio, nel 2011 Il cortile dei girasoli parlanti.

Autore: Antonia Arslan

Titolo: Il libro di Mush

Editore: Skira

Anno: 2012

Pagine 136

Prezzo: 15 Euro

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Matteo Chiavarone

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