La società eccitata di Türcke

Michele Lupo

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Da “impressione sensibile o percezione” a “ciò che attrae su di sé magneticamente la percezione: lo spettacolare, lo sconvolgente, il sensazionale”. Questo il passaggio semantico della parola “sensazione” descritto in avvio del saggio di Christoph Türcke La società eccitata. Filosofia della sensazione (Bollati Boringheri). Türcke è studioso tedesco ma il discorso che fa sulla sua lingua vale anche per il mondo anglosassone e per la lingua italiana.

Dalla percezione sensoria in sé si è slittati via via verso un’enfasi che pretende dalla sensazione una consegna sempre più accesa, penetrante, acuminata. L’eccitazione costante è una specie di regime psicologico che determina un aumento inconsapevole o “programmatico” (lo sanno bene l’informazione e la pubblicità, ma anche i terroristi) delle dosi di “stupefacenti”, metaforicamente ma non troppo intesi: il “sensazionalismo” non è l’eccezione ma la norma della nostra epoca, l’unico modo pare di tenere testa alla generale irrequietezza e agitazione di fondo in cui sembra franato il mondo postindustriale.

In questo stato d’allarme la ricerca dell’oltranza è una specie di condizione alla quale non possiamo sottrarci: come il bisogno di una dose sempre maggiore pei i tossici, per non soccombere alla progressiva acquiescenza agli stimoli. La tesi di Türcke è che se la saturazione ha prodotto modificazioni nel profondo delle strutture neuro-cognitive, tale slittamento ulteriore al regime dello spettacolo a suo tempo magistralmente decrittato da Guy Debord, avrebbe in realtà una storia più lontana.

Dal Rinascimento alla Rivoluzione francese si sono messi in moto processi che hanno via via spostato in avanti il livello di eccitabilità. Man mano si è alzata la soglia del percepibile fino a giungere questo stato di sovreccitazione perenne in cui consiste la “società della sensazione”. Lo scarto, rispetto a Debord, è più quello dell’interprete però che quello delle cose, del mezzo secolo trascorso nel frattempo (il giudizio adombrato sulla creatività dei pubblicitari considerati come i migliori scrittori del nostro tempo pare il frutto tardivo di una stagione post-reaganiana che preferiremmo stramorta).

Per Türcke, Debord avrebbe ingenuamente creduto che smascherando il velo dello spettacolo delle merci si sarebbe più agevolmente riguadagnato il terreno di una conoscenza migliore della macchina capitalistica. Secondo lui invece, lo spettacolo non sarebbe il velo del capitalismo ma “la sua pelle”. Ciò che imporrebbe nuovi strumenti di lettura. Attraverso i quali scoprire per esempio che il movimento verso la condizione odierna è anche un inaspettato rivolgimento all’indietro. Come nella preistoria l’apparato sensoriale si andava strutturando attraverso “sensazioni primarie che scuotevano fin dentro le ossa”, così oggi lo shock audiovisivo, martellante, invocato, imprescindibile, azzarda di spostare l’intera vita sociale verso “un’epifania del sacro”. Nient’altro ci direbbe per esempio la possibilità di esperire la morte (altrui) in diretta – effetto non preventivabile dell’assuefazione. O pratiche come il piercing.)

Studio non facile, sistematico, costruito secondo un modello retorico tipico di certa tradizione tedesca che assume nel proprio discorso il punto di vista antitetico, a volte sottraendo limpidezza all’argomentare nel suo complesso. Di sicuro è un modo, l’acribia ragionativa, per cercare una tregua al tellurico vortice delle sensazioni.

Autore: Christoph Türcke

Titolo: La società eccitata. Filosofia della sensazione

Editore: Bollati Boringhieri

Anno: 2012

Pagine:  392

Prezzo: Euro 43.00

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Michele Lupo

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