“Due nomi dentro un cuore”. Intervista a Paola Predicatori

Alessandra Stoppini

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La voce interiore di Alessandra protagonista dell’opera prima Il mio inverno a Zerolandia di Paola Predicatori (Rizzoli 2012) fin dalle prime pagine cattura la sensibilità del lettore colpito da una storia di formazione fatta di dolore, solitudine sorda”, adolescenza, amore, rabbia e molto altro ancora. 

Oggi è il primo giorno di scuola dopo la morte di mia madre”. Alessandra ha diciassette anni e frequenta l’ultimo anno di liceo in una cittadina situata a pochi chilometri dal mare. Sua madre Anna è appena scomparsa stroncata da una malattia incurabile. “Adesso che non ci sei più le cose che facevo prima, sembrano prive di senso”. È un dolore troppo grande da sopportare, una mancanza che toglie il respiro. Mia madre la quercia secolare in cima alla collina”. L’adolescente ora si ritrova sola insieme alla nonna materna la sua era una forza che si era temprata in altri silenzi, in un tempo lontano e giovane… ”. Il primo giorno dell’ultimo anno di scuola Alessandra nel tentativo di respingere la compassione ipocrita dei compagni di classe ancora figli di qualcuno istintivamente si dirige “verso il banco in fondo alla classe piena di tristezza e con una ridicola dose di follia”. Gabriele Righi alias Zero sosta dietro quel banco orgoglioso di ignorare e di essere ignorato dal mondo che lo circonda, perché non si sta poi così male da soli”. Il ragazzo vive in un universo a parte, diverso dai suoi compagni, non perché non indossi un giubbotto firmato o suo padre sia un alcolista o abiti in una casa popolare. Uno così non lo frequentavi, se stavi con Zero eri zero”. Gabriele è diverso semplicemente perché possiede un talento innato per il disegno è un Caravaggio muto”. Tra Alessandra e Gabriele nasce un legame autentico dettato dall’identica solitudine che li unisce. Ale ora viene chiamata Zeta dal resto della classe, quindi Zeta e Zero sono una coppia agli estremi: il ragazzo invisibile e la ragazza ombra”.

Un esordio di classe quello di Paola Predicatori che dimostra di conoscere l’universo e il disagio dei giovani degli anni 2000. Un romanzo che sicuramente possiede una marcia in più rispetto ad altri libri che hanno cercato di affrontare queste situazioni spesso cadendo nella banalità o nel già letto, merito anche della forza scenica dei protagonisti. L’autrice con uno stile scorrevole e accattivante e grazie all’ambientazione reale, ha composto un libro che lascia un vasto margine alla riflessione. Emoziona lo strazio silenzioso di Alessandra che descrive in prima persona l’indicibile dolore che colpisce al cuore una figlia che ha perso la giovane madre troppo presto. Cosa diventano le persone che non ci sono più, ciò che è stato o tutto ciò che è mancato?. Non stupisce quindi che Il mio inverno a Zerolandia durante la scorsa 63esima edizione della Duchesse sia stato acquistato in Brasile, Olanda suscitando inoltre l’interesse di molti altri Paesi. L’autrice sembra volerci esortare a ricercare la verità dietro l’apparenza perché spesso il silenzio è una tacita richiesta di aiuto. Zerolandia aveva un re taciturno e diffidente che non aveva mai varcato i confini del suo regno”.

I love Zerolandia”. Signora Predicatori, cos’è Zerolandia, che cosa rappresenta? Zerolandia è il luogo della fuga, dell’allontanamento. È lo spazio dove ascoltare i propri pensieri, le proprie emozioni, lontano dagli altri. È il luogo dove tutto si ferma in un presente che però è anche memoria. È lo spazio bianco dove non esistono direzioni, traiettorie e quindi il luogo della dispersione ma anche della libertà assoluta.

Quando scriveva il romanzo ha immaginato il banco di Alessandra e Gabriele come un’isola in fondo alla classe? Sì, anche. Il banco è una specie di stargate verso un’altra dimensione, sconosciuta ma anche a poco a poco più intima, rassicurante. Dopo tanto annaspare, finalmente si raggiunge un approdo in una terra di cui non si sa nulla, nemmeno che lingua si parli e come si verrà accolti.

Possiamo dire che Alessandra ritrovi la madre scomparsa nel dialogo che percorre le pagine del romanzo? Sì, che è poi quello che fa la memoria e cioè creare una dimensione dove le cose perdute non lo siano per sempre.

Nel 2011 settecentomila lettori forti non hanno acquistato libri. È l’allarme lanciato da Giovanni Peresson (1) sul Giornale della Libreria, mentre per contrasto è salita la vendita di file digitali. Secondo il Suo parere, in futuro l’eBook potrà sostituire il volume in carta stampata?

Per non perdere del tutto una cosa, dobbiamo continuare ad usarla. Se un giorno a scuola i bambini non useranno più libri di carta, se chi impara a leggere oggi, lo fa già utilizzando solo un supporto digitale, sarà naturale che prima o poi quello cartaceo si perda. Mi auguro che questo non accada mai. I libri come li conosciamo oggi hanno un loro volto – la copertina – e quando li guardiamo ci ricordiamo dove li abbiamo comprati, perché abbiamo scelto proprio quello tra tanti. Magari poi dimentichiamo lo scontrino dentro, utilizziamo come segnalibro il foglietto dove abbiamo scritto la lista della spesa… Un libro sa essere sorprendente sotto tanti punti di vista. Il digitale magari può apparire più funzionale, ma mi priva di qualcosa, ecco perché mi auguro che il libro di carta non venga alla fine del tutto sostituito.

Ilvo Diamanti in un suo articolo (2) ha parlato di generazione “non”, cioè “priva di identità”, quei giovani (tra i 15 e i 29 anni) che non lavorano e non studiano (oltre 2 milioni e 200mila, 22% del totale). L’Istat ha stimato il tasso di disoccupazione giovanile italiana oltre il 30% il più alto dell’Eurozona. Concorda con il pensiero di Diamanti? Sì, sono d’accordo. Come facciamo a trovare la nostra identità se non ci confrontiamo con niente? Lo studio prima e il lavoro poi innescano tutta una serie di relazioni e di riflessioni che ci definiscono e ci fanno crescere. La disoccupazione così come la disaffezione allo studio creano gravi problemi sociali. Se non mi riconosco in un ruolo, se non individuo le mie capacità rischio di cadere in un’apatia velenosa. L’aggressività e la violenza scaturiscono soprattutto da sentimenti di frustrazione profonda.

(1) responsabile dell’Ufficio Studi dell’Associazione degli editori

(2) Giovani senza luogo e senza età da Le Bussole di Ilvo Diamanti (Repubblica.it 20 gennaio 2012)

Paola Predicatori, laureata in lingue e in lettere, è nata nelle Marche e vive a Milano dove lavora nel mondo dell’editoria come responsabile di prodotto.

Autore: Paola Predicatori

Titolo: Il mio inverno a Zerolandia

Editore: Rizzoli

Anno di pubblicazione: 2012

Prezzo: 16,50 Euro

Pagine: 240

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Alessandra Stoppini

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