“Il libretto rosso di Pertini”. Una vita esemplare

Alessandra Stoppini

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librettorosso-pertiniIl libretto rosso di Pertini” (Castelvecchi) di M. e Pier P. Di Mino, ha come fil rouge la frase pronunciata nel 1981 in qualità di Presidente della Repubblica: “Ai vecchi, perché ricordino: ai giovani, perché sappiano quanto costi riconquistare.

Gli autori attraverso “lettere, articoli, comizi, discorsi” hanno ricostruito “la vita degna dell’uomo che passò dal carcere all’esilio, alla Presidenza della Repubblica” come recita il sottotitolo del libro. Nell’Italia attuale che sembra aver perso di vista i valori fondanti della Costituzione, i fratelli Di Mino dimostrano al lettore che nel nostro Paese abbiamo ancora bisogno “di grandi storie per capire la vita, e di grandi eroi per imparare a viverla”.

Si sente la necessità di ricordare l’esempio di Sandro Pertini, il quale dialogava spesso con i giovani che vedeva “presi dall’ombra di un nascente e fatale nichilismo”.

Anche noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo sentiamo questa esigenza per capire chi siamo e dove vogliamo dirigere la nostra bussola per non dimenticare quegli uomini “che hanno lottato e sacrificato la loro vita” e “in questa lotta, hanno sognato di realizzare nel proprio paese la giustizia sociale e, quindi, la libertà individuale per tutti noi”. È questo il senso profondo del libretto rosso spiegato nel capitolo introduttivo intitolato Rivoluzione sempre, perché il messaggio del racconto di Pertini dettato nel suo dialogo con la popolazione durante il settennato presidenziale (1978 – 1985), fu sempre quello di una Rivoluzione continua, una rivoluzione permanente dell’uomo e della società”. “La Costituzione è un buon documento; ma spetta ancora a noi fare in modo che certi articoli non rimangano lettera morta, inchiostro sulla carta. In questo senso la Resistenza continua.”

Il saggio a metà tra storia e letteratura, diviso in quattro capitoli L’università del carcere, Il secondo Risorgimento, La rivoluzione permanente e Il testamento del Presidente, ripercorre la storia morale di Pertini visto come un novello Odisseo che seppe affrontare la sua vita con coraggio e come Odisseo conobbe l’esperienza della guerra, la Prima Guerra Mondiale, “la più brutta di tutte”. Un uomo che si è sempre proposto “nel lungo corso della sua carriera, come figura etica e come carattere ideale”, quel carattere duro e schietto che lo vide nascere il 25 settembre del 1898 “allo scadere dell’Ottocento” a Stella Ligure, un piccolo villaggio dell’entroterra savonese, da una famiglia di ricchi possidenti terrieri ferventi cattolici. La fede del Presidente Partigiano sarà quella della causa socialista che lo porterà a esercitare la sua cultura al servizio della giustizia sociale. “Ero un bambino malinconico” che amava Leopardi, perché forse sono stato sempre più attratto dal dolore del mondo che dalla sua festosità. Quindi il socialismo, la lotta perenne contro tutte le ingiustizie, altro non è stato che “lo strumento per vincere in qualche modo il dolore del mondo”. Il ricordo della madre confessato in un’intervista a Oriana Fallaci dal titolo Incontro con Pertini pubblicata sul settimanale L’Europeo del 27 dicembre 1973 “ho l’orgoglio di pensare che io le assomiglio molto: per temperamento, per devozione alla fede scelta, per volontà nel sopportare sacrifici e rinunce e per fierezza”. I fratelli “… ho pagato anche con la morte di due fratelli… ”. Mentre il 25 aprile del 1945 a Milano l’avvocato Sandro inneggiava alla riconquistata libertà, alla stessa ora il fratello Eugenio veniva fucilato nel campo di concentramento di Flossemburg.

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Alessandra Stoppini

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