L’estrema funzione degli anni ’70

Michele Lupo

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estrema-funzioneRiappare dopo molti anni il saggio di Walter Pedullà, “L’estrema funzione, del 1975, nella collana fuoriformato diretta da Andrea Cortellessa per la casa editrice fiorentina Le Lettere. Lo stesso Cortellessa aggiunge al volume una sua conversazione con l’autore del libro.

Molti degli elementi portanti sono abbastanza tipici di quegli anni – nulla della vulgata sui pessimi anni Settanta che piace a molti oggi spacciare per l’unica lettura possibile. Psicoanalisi intanto. Freud, Lacan, ma anche Deleuze. Poi il Bachtin studioso del serio-comico (già una traccia dell'”estrema finzione come estrema funzione”) prima che di Dostoevskij. Poi Lotman e la semiotica, e Roland Barthes (e il piacere del testo recuperato da più parti e con più convinzione negli anni successivi).

E naturalmente gli scrittori coevi, Calvino, Malerba, Nanni Balestrini, Volponi, Sanguineti. Decisiva, per nulla accidentale, l’apologia del riso, del comico, Parodia più che postmoderno però, comicità vitale, volta per volta buffa o irriverente, estrema funzione della finzione letteraria. Se questo è un oggetto della ricerca di Pedullà è anche, ce lo ricorda Franco Cordelli nella breve prefazione, il suo stesso stile: ciò che lo salva dalla contraddizione di una pretenziosità accademica giustapposta a quella stessa vitalità che salva la letteratura dalle inutili buone maniere della retorica bellettristica come dal cupio dissolvi dell’ideologia, dell'”epidemia di chiarezza” che metterebbe a morte la scrittura. E l’arte al servizio di un progetto inconsapevole dei suoi mezzi perché tutta e rovinosamente proiettata sui fini di qualcos’altro.

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Michele Lupo

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