“La fine è il mio inizio”. Intervista a Folco Terzani

Alessandra Stoppini

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terzani-lafineeilmioinizioLa fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani, a cura del figlio Folco si apre così: “… e se io e te ci sedessimo ogni giorno per un’ora e tu mi chiedessi le cose che hai sempre voluto chiedermi e io parlassi a ruota libera di tutto quello che mi sta a cuore…”.

Il volume raccoglie le riflessioni e i pensieri di uno dei più grandi giornalisti del XX Secolo, il quale attende con serenità l’inevitabile nel suo rifugio in Val d’Orsigna in provincia di Pistoia “piccola, austera Himalaya”, circondato dagli affetti più cari, la moglie Angela e i figli Folco “… ma intanto tu sei venuto a tenermi per mano… ” e Saskia.

Sono terribilmente affaticato ma serenissimo. Adoro essere in questa casa e conto di non muovermi più”, così scrive Terzani al figlio esortandolo a tornare nella casa sulla montagna per realizzare un dialogo tra padre e figlio. “Così diversi e così eguali”, un libro che sarà il testamento spirituale del babbo e che toccherà al figlio metterlo insieme. Pubblicato per la prima volta nel marzo del 2006, il libro è arrivato alla decima edizione con oltre 600mila copie vendute, “bellissimo progetto” che ha catturato l’attenzione di milioni di lettori sedotti dalle parole semplici e veritiere contenute nel saggio. Tre mesi carichi di ricordi, racconti di viaggi avventurosi di un cronista infaticabile, unico testimone un registratore.

Ora una mostra fotografica Tiziano Terzani Clic! 30 anni d’Asia e un film tratto da La fine è il mio inizio, con la pubblicazione di un libro delle sue fotografie Tiziano Terzani Un mondo che non esiste più Longanesi 2010, pongono in primo piano la figura del cronista di guerra diventato inviato di pace, scomparso nel 2004.

Il saggio è la storia di un ragazzinonato in un letto in via Pisana, un quartiere popolare di Firenze” che ha compiuto gli studi universitari presso il Collegio Medico – Giuridico di Pisa, l’attuale Scuola Superiore Sant’Anna. Un uomo dotato di una vivace intelligenza e di una forte curiosità che ha documentato taccuino in mano e macchina fotografica a tracolla circa quarant’anni di Storia. Gli occhi di Tiziano hanno visto la cacciata degli americani dal Vietnam, l’ingresso dei Vietcong a Saigon. Inoltre lo stimato cronista ha rischiato la morte in Cambogia e nel 1984 è stato espulso dalla Cina per attività controrivoluzionarie. Nell’autunno del 1989 è corso nell’ex URSS a scoprire che “ora che la cortina di ferro si alza, si scopre che il solo grande segreto è la miseria e lo squallore”. Un testimone mai schierato, a volte scomodo, il cui motto era “andare avanti, guardare”, sempre spinto da una perenne curiosità del nuovo, del diverso. Un racconto – intervista, un messaggio di rara spiritualità ambientato in un luogo che il giornalista definiva “la mia seconda patria”. Un intenso dialogo tra padre e figlio che rivive nel film omonimo diretto da Jo Baier e interpretato da Bruno Ganz e Elio Germano.

Allora questa è la fine, ma è anche l’inizio di una storia che è la mia vita e di cui mi piacerebbe ancora parlare con te per vedere insieme se, tutto sommato, c’è un senso”.

Folco, “lasciare il corpo” per tuo padre rappresentava un’ultima scommessa, attesa con interesse, perché non ancora conosciuta e della quale non sapeva nulla?
“Sì, era come l’ultimo viaggio su questa terra. Mio padre era abituato a fare tanti viaggi e questo era l’unico viaggio che non aveva ancora intrapreso. In un certo senso si era saziato dei viaggi precedenti, aveva visto le cose che voleva vedere per cui non c’era più un altro viaggio geografico che lo potesse interessare tanto. Aveva pensato un po’ agli USA, ad andare a esplorare il mondo islamico, però in fondo era troppo tardi quello lo lasciava ai giovani. Lui aveva imparato il cinese e ai giovani ora consigliava di imparare l’arabo. Quindi sì, l’ultimo grande viaggio era quello.”

Il vero giornalismo” per lui voleva dire controllare i dettagli, verificare le date, perché “un errore toglie credibilità a 300 pagine”. Un’illuminante lezione per un mestiere oggi spesso affrontato superficialmente e che invece dovrebbe assomigliare a una vera e propria disciplina quotidiana?
“Era il suo particolare punto di vista. Anche quando alla fine si era messo a parlare di cose spirituali, fuori dagli stretti accadimenti quotidiani e della politica, ha comunque continuato a usare gli strumenti del suo mestiere di giornalista. Si è espresso quindi in maniera chiara e precisa evitando qualsiasi cosa per esempio attinente alla new age e rimanendo ai fatti e a quello che è percepibile ai sensi. Una presentazione laica della spiritualità.”

Hai collaborato attivamente al film La fine è il mio inizio girato a Orsigna. Bruno Ganz che interpreta tuo padre riferendosi a lui ha detto: “Nella figura di Terzani ho letto tante cose, le origini fiorentine, la figura di Dante Alighieri… soprattutto la curiosità e il rispetto verso le culture degli altri”. Nell’interpretazione di Ganz hai ritrovato lo spirito di tuo padre?
“È una mistura tra Ganz e mio padre, non è mio padre. È come un ibrido, perché Ganz è pur sempre Ganz, deve attraversare lui. Forse è una versione più intellettuale di mio padre, perché come diceva di se stesso era un uomo di pancia, fisico. Sapeva e leggeva tante cose però in fondo non era un intellettuale. Ganz è stato molto bravo e molto attento a non fare una cosa new age, ma del resto non si correva il rischio, bastava seguire quello che diceva mio padre… L’interpretazione di Ganz coglie alcuni aspetti di mio padre, del resto non c’era il tentativo di essere identici. Nella sceneggiatura e nel film non viene fuori il senso dell’umorismo tipicamente fiorentino di mio padre. Lui era più allegro, più divertente, faceva ridere, mentre era serio era anche scherzoso… del resto se uno vuole vedere mio padre lo può vedere nel documentario Anam il senzanome, la sua ultima intervista, girato in quel periodo e dove lui racconta le sue storie. Il documentario viene mostrato a Palazzo Incontro alla fine del percorso espositivo fotografico.”

Il racconto – intervista è anche la storia del rapporto padre – figlio. “Sai, alla guerra c’è sempre uno che è davanti a te, c’è una prima linea… una prima trincea… E quando io morirò ti sentirai tu in prima trincea”. Si acquista un nuovo senso di responsabilità, si matura quando scompare il proprio padre?
“Non sono ancora in primissima linea, ho ancora mia madre… certamente dopo la scomparsa del proprio padre si cresce improvvisamente e velocemente. Si crea un vuoto da riempire, ma non un vuoto solo perché ti manca il padre, ma perché vi erano alcuni ruoli che la figura paterna svolgeva, anche se uno non se ne rendeva conto prima… quando non c’è più ti toccano.”

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Alessandra Stoppini

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