Il vino della solitudine. L’inebriante silenzio di Hélène

Alessandra Stoppini

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ilvino-dellasolitudineNe “Il vino della solitudine” (Adelphi) di Irène Némirovsky, nel piccolo mondo nel quale Hélène Karol era nata “la sera si annunciava con un fitto pulviscolo che volteggiava lentamente nell’aria e ricadeva con l’umidità della notte”.

Nei primi anni del XX Secolo in una “sonnolenta città di provincia” ucraina dove il sole al tramonto stava per tuffarsi nel Dnepr, i componenti la famiglia Karol mangiavano in silenzio. Boris il padre di Hélène pensava agli affari, Bella la mamma sfogliava una rivista di moda proveniente da Parigi, gli anziani nonni Sofranov desinavano assorti nei loro pensieri, Mademoiselle Rose “la governante francese della piccola” gridava ogni volta che i pipistrelli volando passavano radenti sopra le loro teste. Hélène otto anni di saggezza e intuito “indossava un vestito ricamato a punto inglese”, scrutava i volti dei familiari lanciando occhiate di disprezzo verso la madre e sguardi venati di tenerezza verso il padre. Boris, però, “aveva occhi e carezze solo per la moglie, che allontanava la sua mano con un’aria seccata e capricciosa”.

Hélène “bambina infelice dal cuore traboccante d’amore” lenito solamente dalla presenza affettuosa di Mlle Rose, era una figura femminile positiva che faceva da contrasto alla capricciosa e viziata Bella. Hélène rappresentava per la madre un intralcio, un noioso impiccio, infatti, a Bella interessava solo essere corteggiata e usare il denaro del marito per i suoi lussi. In questo deserto affettivo non stupisce che nelle preghiere della sera la piccola era arrivata a sostituire il nome di Bella con quello di Mlle Rose “con una vaga speranza omicida”.

Le Vin de solitude edito nel 1935 dalle Editions Albin Michel di Parigi è il romanzo più autobiografico e personale di Irène Némirovsky scomparsa nell’inferno di Auschwitz nel 1942. La pubblicazione di Suite francese nel 2004 conservato in una valigia preservata dalle figlie di Irène ha permesso di non cancellare il ricordo e la bravura di questa eccelsa scrittrice a quasi settant’anni dalla stesura del libro. La piccola Hélène rappresenta il sosia letterario dell’autrice che in questo romanzo, diviso in quattro parti delle quali ciascuna termina con una partenza, descrive la vita priva di amore della protagonista dall’infanzia fino ai ventuno anni, dall’Ucraina a San Pietroburgo e allo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre prima in Finlandia di passaggio e infine a Parigi. Lo stesso itinerario che percorse Irène per sfuggire alla furia bolscevica.

Nella biografia La vita di Irène Némirovsky di Olivier Philipponat e Patrick Liennhardt (Adelphi 2009) l’autrice ricorda suo padre Leonid Borisovitch: “Giocava, si esercitava o si concentrava su una vecchia roulette, portata con sé da Monte Carlo”. È in pratica il ritratto di Boris Karol le cui passioni erano il gioco d’azzardo e gli investimenti in borsa. La madre di Irène, Anna, era “una incantevole bambola” che desiderava “ben altri sguardi che quelli del marito”. Mademoiselle Rose dal fragile nome era il ritratto dell’ex istitutrice dell’autrice, Mademoiselle Zézelle. Una vecchia fotografia insieme alla sua allieva ce la restituisce “con un sorriso triste e due fiocchi bianchi nei capelli” copia conforme di Rose sottile e minuta dai tratti delicati, sempre ricordata “come l’unica donna che avesse conosciuto pura e serena”. Quando Rose scomparirà durante un terribile pomeriggio avvolta dalle nebbie rivoluzionarie pietroburghesi, toccherà a Hélène il compito di vendicarla a ciglia asciutte. Una inebriante solitudine sarà la dote di Hélène, perché “un’infanzia rovinata non si perdona”.

La Francia, che per ben tre volte negò la nazionalità a Irène Némirovsky le cui opere hanno scosso le coscienze non solo europee, ha dedicato recentemente all’autrice una mostra presso il Mémorial de la Shoah di Parigi. “Volevamo uscire dalla leggenda e tornare alla realtà storica, mostrando la complessità della sua personalità di scrittrice, che non si riduce solamente a Suite francese”, ha dichiarato il curatore della mostra Oliver Philipponat. Un romanzo di rara maestria letteraria che si aggiunge all’intera opera di una scrittrice di culto la cui voce è sopravvissuta al suo tragico destino.

Tutto ciò che vedeva in quel momento, tutto ciò che provava, la sua stessa infelicità, la sua solitudine, e quell’acqua nera, le piccole luci dei lampioni agitate dal vento, tutto, perfino la sua disperazione, la rigettava verso la vita”.

Irène Némirovsky nacque a Kiev, in Ucraina l’11 febbraio 1903 da una ricca famiglia ebraica. Il padre, di origini francesi, era uno dei più potenti banchieri russi dell’epoca. Sin dalla propria adolescenza iniziò ad appassionarsi alla letteratura. Quando scoppiò la Rivoluzione Russa nel 1917, tutta la famiglia Némirovsky abbandonò San Pietroburgo per rifugiarsi in Francia, dove la scrittrice trascorse anni felici fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il suo primo romanzo David Golder, ottenne un grande successo. Nel 1926 sposò l’ingegner Michel Epstein. Da quest’unione nacquero due figlie. Quando l’antisemitismo si fece sempre più minaccioso, Irène decise di farsi battezzare insieme alle proprie figlie. Nonostante ciò fu arrestata nel Luglio del 1942 e deportata nel campo di concentramento di Auschwitz, dove morì di tifo un mese dopo. La stessa sorte toccò al marito, gasato appena giunto nello stesso campo di sterminio nello stesso anno. I libri di Irène Némirovsky sono tutti pubblicati da Adelphi. Citiamo Il ballo (2005), Suite francese (2005), David Golder (2006), Jezabel (2007), I Cani e i lupi (2008), Il calore del sangue (2008), I doni della vita (2009), Due (2010), Il malinteso (2010).

Autore: Irène Némirovsky
Titolo: Il vino della solitudine
Editore: Adelphi
Pubblicazione: 2011
Prezzo: 18 euro
Pagine: 245

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Alessandra Stoppini

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