Massimiliano Coccia con “Polvere e luce” (Fermento, 2009) nobilita due generi letterari spesso bistrattati, la poesia e il racconto, creando un viaggio che è al tempo stesso narrativo e lirico, intimo e ricco di squarci di vita vissuta.
Sullo sfondo di una Roma colorata e profondamente umana in cui “ogni cosa mi sembra uguale” – città al tempo stesso materna e matrigna, nido accogliente e interstizio di rabbie politiche mai assopite, storicamente accogliente ma anche intollerante e fascitoide – l’autore attraversa il proprio presente, con uno sguardo al proprio passato e un altro al passato collettivo, remoto, profondamente italiano.
C’è spazio anche per il futuro, un futuro che è raggiungibile solo attraversando una linea di confine invisibile, un futuro che non trova ragioni d’esistere nell’onirico o nell’intangibile ma nel magma melmoso della realtà. Diviso in sei sezioni che l’autore chiama “stanze” (la prima narrativa, la seconda epistolare, le ultime quattro poetiche) quasi a voler creare un vero e proprio edificio letterario coeso e coerente e, perché no, un senso di “attraversamento” quasi teatrale. Questa suddivisione mi ricorda un album di Francesco Guccini, “Stanze di vita quotidiana”, un disco doloroso e scomponibile nel quale l’autore pavanese racconta storie diverse per descrivere l’angoscia del proprio stato d’animo in un periodo difficile della propria vita artistica. Le difficoltà di Coccia sono quelle però di chi, ancora giovanissimo, vuole tracciare una strada da seguire.
Una strada che è prima di tutto percorso letterario, poi bisogno d’amore, impegno politico, etico, sociale. Coccia attraversa generi e stili, tematiche e intenti, domande e risposte; si muove con destrezza, presenta spunti linguistici di rilievo creando un mélange consapevole e audace, un gioco nient’affatto spiacevole in cui appaiono a poco a poco, tassello per tassello, le linee di un autoritratto umano prima ancora che artistico.
Coccia riesce ad essere lirico, persino cantilenante, anche quando tenta di costruire apparati narrativi (squisito il racconto Il fioraio, in cui l’autore cerca di mettere a fuoco l’intolleranza nei confronti dei “nuovi italiani”) per questo trova i motivi migliori proprio nelle sezioni poetiche.
Quattro sezioni, quattro stanza (“amore”, “memoria”, “città”, “vita quotidiana”) colorate di rabbia e dolcezza, senza ricercare l’incomprensibile e voli pindarici inutili, capaci di colpire dritte al cuore all’animo senza mai essere banali. Il vissuto come materia letteraria qui si innalza, qui apre varchi ora sofferenti ora felici, sintetizza il “mestiere di vivere” che è cronaca, bisogno impellente di uscire, ricerca poetica e linguistica. E così Roma “che respira in bianco e nero” è la stessa brulicante di Testaccio o quella al tempo stessa “silente negli angoli e viva nei rioni”; lo stare seduto al bar, l’andare al lavoro, la lettura di un giornale sono solo momenti di vita vissuta, attimi da fotografare e rubare allo scorrere spietato del tempo.
Massimiliano Coccia nasce a Roma nel 1985. Ha sempre scritto fin da quando glielo hanno insegnato, non poteva andare diversamente. Nel 2006 nei rivoli della memoria di Roma incontra la storia di Piero Bruno che prima è diventata un libro, “Gli occhi di Piero, storia di Piero Bruno un ragazzo degli anni ‘70” (Ed. Alegre 2006) e poi uno spettacolo teatrale (2008). Su una spiaggia di Sabaudia ha scritto “Esterno estivo” (Terre Sommerse 2007), nel quale ha sperimentato la commistione tra generi letterari diversi. L’amore per la sua città lo porta a scrivere il cortometraggio “Roma, un giorno” (2008), diretto da Matteo Botrugno. Recuperando fogli, carte, poesie e racconti nasce “Polvere e luce”. Le parole che verranno sono una storia tutta da scrivere.
Autore: Massimiliano Coccia
Titolo: Polvere e luce
Editore: Fermento
Anno di pubblicazione: 2009
Prezzo: 14 euro
Pagine: 144
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