“Lavoro utile, fatica inutile”. Rabbia di William Morris

Paolo Calabro

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lavoro-utileC’è tutto il furore di William Morris, socialista della seconda metà dell’Ottocento, nel libro “Lavoro utile, fatica inutile” (Donzelli, 2009), come si può leggere nell’introduzione affidata a E.P. Thompson.

“È un’epoca sciatta – tuonò [Morris] rispondendo a un giornalista del “Clarion”. – La sciatteria è sovrana. Tutto è sciatto, dall’uomo di Stato al calzolaio!“. Lo sdegno di un uomo che vede la sedicente “civiltà” industriale popolarsi di grigi capannoni in cui vengono svolte attività produttive noiose, ripetitive e sporche, per concentrare la maggior parte delle sue energie nella produzione di beni privi di valore e di scopo: “riflettete, ve ne prego, su quel che produce l’Inghilterra, l’officina del mondo: non rimarreste sconcertati, come lo sono io, al pensiero di una massa di oggetti che nessun uomo sano di mente potrebbe desiderare, ma che la nostra inutile fatica produce – e vende?”.

La vita dell’uomo, angustiata da questa condizione di lavoro “forzato” e dissennato, potrebbe esser resa felice se il lavoro venisse impostato come attività sensata e piacevole. È però necessaria una seconda modifica: la felicità può essere davvero raggiunta solo se si rinuncia al diabolico compromesso con la bruttezza imposta dal risparmio. La questione estetica, nel pensiero di Morris, è immediatamente etica, umana, sociale. L’uomo ha bisogno di stare continuamente a contatto con il bello e di nutrirsene, in veste di artista, di artigiano, di operaio. Smarrire questo sentiero vuol dire andare per sempre fuori strada: da qui l’avvelenamento dell’acqua e della terra, l’inquinamento dell’aria, lo sfruttamento del lavoro, la povertà, la malnutrizione.

Non si può fare a meno di pensare a queste parole nel contesto del nostro tempo presente, tutto concentrato sulla produzione di quel superfluo che spesso costa meno del necessario, perennemente a corto di fondi da destinare al restauro e alla conservazione del patrimonio artistico. Che licenzia decine di migliaia di precari della scuola proprio mentre fornisce sussidi per l’acquisto di macchinette per ricevere il digitale terrestre, insofferente alla “cultura” (tacciata a priori di snobismo – anche se a volte non a torto) ed entusiasta di quella filosofia del “fare” che non sa distinguere tra il far bene e il far male, per la quale l’onestà e la lealtà sono pastoie per retrò disadattati, mentre il premio viene immancabilmente assegnato al delinquente che sa farla franca, da solo o con l’aiuto della legge.

William Morris, da buon marxista, sostiene che non si può auspicare un cambiamento dei singoli senza progettare un mutamento sociale; l’albero va rifondato fin dalle radici. Altrimenti qualsiasi cambiamento non fa che sfiorare la superficie, lasciando le cose intatte in profondità. “Nessuno confezionerebbe più calzoni di felpa quando non vi fossero più lacchè a indossarli, né vi sarebbe qualcuno che sprecherebbe il proprio tempo per produrre margarina quando nessuno fosse costretto ad astenersi dal vero burro. Vi è bisogno di leggi sull’adulterazione solo in una società di ladri – e in tale società esse restano lettera morta“.

William Morris (1834-1896), poeta, scrittore, decoratore, editore e politico, fu una delle figure più eclettiche e importanti della storia politica, artistica e letteraria inglese della seconda metà dell’Ottocento. Animatore della confraternita dei preraffaelliti, fu tra i fondatori del movimento «Arts and Crafts» ed è considerato antesignano dei moderni designer.

Voto: 7
Autore: William Morris
Titolo:
Lavoro utile fatica inutile. Bisogni e piaceri della vita, oltre il capitalismo
Editore: Donzelli
Anno di pubblicazione: 2009
Prezzo: 12,50
Pagine: 103

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Paolo Calabro

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