I baroni, scandalo accademico. Intervista a Nicola Gardini

Stefano Giovinazzo

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ibaroniL’Università italiana è povera. E non solo: soprusi, favori, incompetenze. E’ il ritratto “amaro” in “I baroni (Feltrinelli, 2009) di Nicola Gardini, “costretto” a lasciare l’Italia e andare ad insegnare all’estero. In un luogo d’eccellenza: Oxford.

“I baroni”. Un titolo chiaro e deciso. Chi sono i boss delle università italiane?
“Sono professori che usano le loro funzioni istituzionali come privilegi e non doveri. I baroni sono come i feudatari: spartiscono, assegnano e soggiogano. L’ultima cosa che hanno in mente èl’istruzione degli studenti. Ciò è evidente soprattutto nelle facoltà umanistiche, dove i criteri di giudizio possono essere soggetti a interpretazioni più arbitrarie che nelle facoltà scientifiche. Ma anche lì, nelle facoltà scientifiche, si fa carriera solo se hai un barone che ti appoggia e ti protegge”.

Lei ora insegna ad Oxford, è fuggito dall’Italia. Ci racconta in breve la sua scelta “forzata”?
“La storia è raccontata in dettaglio nel mio libro I baroni. Io, avendo vinto ben due concorsi, mi sono ritrovato in una realtà che non mi voleva, un dipartimento palermitano che fin dal primo momento mi ha fatto guerra e mi ha ostinatamente, metodicamente impedito di lavorare, perché al mio posto volevano una candidata interna, una protetta del capo di dipartimento. Un altro che non avesse già esperienza delle università straniere forse sarebbe rimasto, condannandosi a un’infelicità perenne. Io, che avevo studiato e insegnato in America, sapevo che si può essere felici. Che il sopruso, nel mondo accademico, non è cosa normale”.

L’Università inglese e quella italiana. Ci può indicare le differenze che lei concretamente ha  riscontrato?
“Le diversità sono moltissime. Io, in più, insegno a Oxford, che è un mondo a parte pure all’interno della realtà inglese. Prima di tutto, in generale, lì non ci sono baroni, non c’è nonnismo, non ci sono favoritismi, nepotismo. Io fui scelto dopo un semplice concorso. Nessuno mi aveva mai visto prima. E concorrevo con numerosi inglesi. Vinsi perché fui ritenuto adatto al posto che si era messo in bando. L’università inglese, per come la conosco io a Oxford, pensa prima di tutto al bene degli studenti e a  quello dell’università. Nessuno, a Oxford, si sognerebbe di portare nel suo dipartimento un amico o un parente. E poi, altra differenza, gli obiettivi didattici sono chiarissimi: insegnare ai giovani ad argomentare e a ragionare in forma scritta, rendendoli capaci di svolgere ricerca in modo autonomo e rapido”.

Rimanere in Italia o andare all’estero. E’ il problema che ogni anno tutti i ricercatori, ma non solo, si pongono una volta usciti dai corsi accademici. Come vede la questione, in relazione anche alla crisi economica attuale?
“Andarsene non è facile. Non posso parlare per tutti. Io, per me, non ho visto altro che la fuga. Ma agli altri non saprei che consigliare. Comunque, non è facile neppure trovare lavoro all’estero. La competizione è alta, benché leale, e adesso i soldi scarseggiano dovunque”.

Qual è stato l’evento più assurdo e ignobile a cui ha assistito nelle facoltà italiane?
“Mah, non so… Io ho assistito a ogni forma di ipocrisia, di viltà, di maleducazione, di irresponsabilità… C’è un episodio, nel mio libro, che forse può rispondere a questa domanda: un professore che mi esamina a un concorso per associato e ammazza una mosca con un mio libro e mi ringrazia per avergli offerto uno strumento utile. Ecco il rispetto che si ha degli altri e del loro lavoro nell’Università italiana”.

Quanto si sa dei sorprusi e delle corruzioni delle Università italiane nei giornali di casa nostra?
“Poco. Ho presentato I baroni a New York poche settimane fa, alla New York University. La gente non poteva credere ai miei racconti. Tutti si domandavano: per quale ragione un capo di dipartimento vorrebbe assumere un incompetente? Il punto è che nessuno, nell’università italiana, si sente di dover  rendere conto delle proprie scelte a nessuno”.

Tre aggettivi per definire l’Università Italiana.
“Smidollata, sovraffollata, brancolante. Me ne permetta un quarto: povera”.

Nicola Gardini insegna Letteratura italiana all’Università di Oxford. All’Università di Milano si è laureato in Lettere classiche, negli Stati Uniti ha ottenuto un Ph. D. in Letterature comparate. Ha pubblicati saggi di critica letteraria, alcune raccolte di poesia e i romanzi Così ti ricordi di me (Sironi 2003) e Lo sconosciuto (Sironi 2007). Di recente ha curato l’edizione delle Poesie di Ted Hughes nei Meridiani Mondadori.

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Stefano Giovinazzo

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